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PROGETTARE UNA STOFFA

Quasi tutti ritengono che per progettare una stoffa, sia sufficiente  la sola fantasia, la creatività che unita poi al colore o ai colori d’insieme, ne fanno un tessuto di successo o meno. Il lavoro, in realtà è molto meno romantico. Io mi sono sempre definito un progettista tessile e mai uno stilista, anche se dirigevo il reparto stile di una azienda di elevato profilo internazionale. Il lavoro, in realtà, prevedeva una grande predisposizione al calcolo matematico semplice, fatto di sottrazioni, addizioni, ma soprattutto di divisioni e moltiplicazioni. Lo Stilista normalmente, portava con se, dai viaggi che faceva, delle “idee”, dei piccoli frammenti di idee che lo avevano suggestionato: poteva essere un pezzetto di tessuto fatto a mano nelle Tuamoutou, una conchiglia particolare della Barbados, un tappeto di canne intrecciate o semplicemente un frammento di vetro, di ricamo artigianale svedese, insomma, una qualsiasi cosa colpisse la sua ispirazione. Stava poi a noi tradurlo in un tessuto: lui aveva l’idea generale della collezione da proporre e portava a noi gli elementi per darci delle chiavi di lettura. Ricordo che una sera ci fermammo fino a tardi in studio perché erano le ore più tranquille della giornata, alle diciassette e trenta gli uffici commerciali chiudevano, i clienti in generale rinviavano al domani le cose che potevano rimandare e tutto prendeva una sensazione di rilassamento. Erano questi i momenti in cui la cretività dello stilista prendeva anima, soprattutto se trovava il progettista disposto a recepire il messaggio che lui voleva inviare. Quella sera, però, mi ero messo d’accordo con mia moglie per andare a cena fuori e proprio non sarebbe stata la serata adatta per fermarsi fino a tardi, ma quando viene l’ispirazione, è come un momento magico, e non si può rinviare ne ricostruire. Così Paul (PCB) cominciò a raccontarci di un viaggio che aveva fatto da poco nel deserto, la sensazione provata nell’arrivare alla tenda, la grande tenda dell’accampamento, i tiranti legati a picchetto fermati dai sassi, corde naturali colore della sabbia, il tessuto della tenda rigato in toni soffusi e nello stesso tempo primitivi e forti, slavati dal sole, dalla sabbia e dal tempo. Lui sembrava partito in una specie di trance e raccontava a ruota libera di questa sequela di emozioni provate al campo nomadi, gli odori, i colori del tramonto, le luci delle fiaccole, la cena, i tappeti dove accomodarsi. Per questo, per non interrompere questo momento io, che avevo invece i piedi e la mente a Venezia, chiamai mia moglie al telefono e la pregai di raggiungermi in studio che saremmo andati a cena direttamente da qui senza passare poi per casa. Lei lo sapeva perché ne avevamo parlato, ovviamente ed anche sapeva quanto io ci tenessi a riuscire a carpire il massimo delle indicazioni per poter poi tradurle di conseguenza e quindi non obbiettò. Si arrivò, sempre tornando al deserto, alle venti abbondantemente passate ed io mi resi conto che mia moglie avrebbe già dovuto essere arrivata da tempo, ma non la vedevo e quindi telefonai a casa. All’epoca non esistevano ancora i cellulari per cui una persona ovunque sia, a qualunque ora la trovi per cui a casa non rispose nessuno. Con Paul decidemmo che l’ora, per lui di rientrare in albergo e per me di raggiungere la famiglia, poteva essere considerata buona e quindi ci avviammo verso l’uscita dello studio spegnendo le luci. Arrivato in ingresso, su un divanetto, ritirata in silenzio, c’era mia moglie. Le presentazioni previste dal buon vivere e ci lasciammo il portone dello studio alle spalle, Paul prese la sua strada per l’albergo ed io chiesi a mia moglie come mai non fosse venuta avanti ad avvisare che era arrivata e come mai aveva trovato tutto aperto da poter salire senza farsi sentire. Mi rispose sulla seconda domanda e mi disse che aveva incrociato Daniele all’uscita e che si era fatta aprire ed alla seconda, mi disse che era rimasta talmente affascinata dai racconti di Paul che se li era voluti ascoltare ed apprezzare in silenzio e senza assolutamente interromperlo con saluti di rito. Mi disse anche che avevo ragione quando dicevo che “ti porta in un mondo quasi ipnotico e ti trasferisce la sua idea più con l’empatia che con la logica”. Sull’ argomento trovammo da chiacchierare per tutta la serata. Era strano ma mi sentivo molto condiviso per quando cercavo di raccontare certe emozioni ma era difficile comprendermi: era necessario provarle queste emozioni. Come quando viaggiando in auto sull’ autostrada Venezia Milano fummo avvolti da una nuvola di fumo proveniente dai campi vicini, fortunatamente non particolarmente densa. IO mi lamentavo dell’odore di bruciato percependolo come un fumo “naturale” cioè non altamente sgradevole come poteva essere quello dell’incendio di plastica, ma lui mi suggerì di migliorare il mio senso dell’olfatto: non si trattava di sgradevole fumo ma di un gradevole profumo di legno di ulivo bruciato ancora fresco perché appena potato. Era un aroma che gli antichi consideravano benefico e pure davano un significato mistico all’aroma tanto particolare. Per percepirlo meglio, aprii il finestrino per far entrare un po’ di questo aroma, allora, non più puzza ed aveva perfettamente ragione. Mi rendevo conto che potevo progettare dei tessuti ed interpretare i suoi percepiti, solo se imparavo a comprenderli, a non sottovalutarli, ad apprezzarli. Era possibile solamente vivendo quanto più tempo possibile assieme e, nonostante girasse la voce di una sua omosessualità, la cosa non mi preoccupava minimamente in quanto lio trovavo sempre molto corretto, gradevole e per nulla trasgressivo. Era un uomo al quale avrei desiderato assomigliare perché riassumeva, in un'unica mente, sia la sensibilità femminile che con l’energia maschile, fondere il gusto del colore con quello della materia e farli dipendere l’una dall’altra. Sosteneva infatti, per esempio, che la “seta canta” era classico “c’est comme la soie qui chante” e difatti stropicciando fra le mani un taffetas di seta, i poteva sentire il classico fruscio  della seta, cosa che può percepire nella gradevolezza, per esempio, delle lenzuola o i cuscini di questo meraviglioso materiale. Progettare con la matematica da una parte e con l’anima dall’altra, messe a confronto e dover trovare delle intese tra i due sentimenti.

Io credevo che l difficoltà reale sarebbe stato l’aspetto tecnico mentre cominciavo a rendermi conto che per questo, potevo trovare moltissime collaborazioni in azienda, dai colleghi di Venezia, alcuni periti tessili, al personale di fabbrica che sapeva guidare sull’uso delle macchine, conoscevano bene i materiali ed avevano quella sensibilità che la teoria non insegna: un ordito troppo teso, una troppo scivolosa, un difetto di progettazione che rallentava la produzione. Persino ad orecchio un assistente riusciva a capire se un telai o stava lavorando sereno o se aveva problemi: il telaio sereno lavora a tutto tondo, con un ritmo gradevole, quasi un suoni mentre un telaio con problemi produce stridii, lamenti, palpitazioni aritmie, sembra di parlare  di un corpo umano. In effetti c’era uno degli assistenti, Bruno, sui 50, occhiali portati sulla punta del naso, piccoletto, che quando veniva chiamato perché una macchina dava dei segnali di rotture di fili troppo frequenti, perdita della trama nel mezzo della stoffa o altro, fermava per pochi secondi tutte le macchine attorno per “auscultare” la macchina “malata” e dal rumore che faceva, definiva l’area sulla quale intervenire. Io osservavo con molta attenzione questi particolare sia per cercare di comprenderli, cosa impossibile perché frutto di una esperienza lunghissima, sia per apprezzare le varie professionalità. Sergio, per esempio, era un altro assistente, ma a lui si dovevano dare chiavi inglesi, olio e ingrassatore per far funzionare le parti più hard del telaio. Vi erano poi altre grandi professionalità, sempre tra gli operai di tessitura: Anna, la sorella di Stefano il capofabbrica, che veniva chiamata ogni volta che c’era un problema che esulava dalla routine, Daria, che quando non annodava i cambi di ordito era sempre in giro per la tessitura a controllare le varie tensioni dei fili o a riordinale le lamelle dei guardia ordito, pulire i vetrini delle fotoelettriche. A volte era lei che fermava la macchina, io non capivo certo il perché, poi la vedevo lavorare una decina di minuti a macchina ferma e portando con se un rocchellone di fili aggiuntivi che infilava con abilità mostruosa e che andava con le dita tra le maglie del telaio in movimento spostando le dita ed intervenendo sulla macchina seguendo il ritmo imposto dai motori. Era, per me, quasi da brivido, perché per compiere quelle operazioni, doveva rimuovere alcune protezioni obbligatorie per legge ma per loro era normale, non per tutte, ovviamente, solo per queste professionalità.

Io, comunque, non lo avrei mai fatto di certo.

Da quando avevo accettato questo compito, mi rendevo conto, giorno per giorno, di quanto poco era importante l’aspetto tecnico del tessile e di quanto, al contrario, era un incarico a creare delle sinergie fra i vari reparti dell’ azienda perché un ulteriore enorme scoglio che mi trovai ad affrontare era l’aspetto economico dell’intero servizio. Dopo un certo periodo durante il quale l’ azienda aveva individuato delle nuove energie e strategie di vendita, inesorabilmente tutti i problemi di questa organizzazione, venivano a ricadere direttamente sull’ ufficio stile. Le nuove forse di vendita, infatti vennero organizzate su tre livelli. Il primo si occupava delle distribuzione dei prodotti a magazzino, quindi della Collezione ufficiale, pubblicizzata sotto il marchio aziendale e distribuita in tutta Europa tramite agenti, rappresentanti e showroom dedicati. La seconda, composta da personale specializzato e formato, si occupava delle proposte da portare ai nostri concorrenti diretti sul mercato dei tessuti di collezione ma presentandosi come fabbricanti e non come venditori. Su questa quota di progettazione, il nome del’ azienda produttrice non compariva ma al contrario, uscivano con il nome dello stilista e dell’ azienda che lo distribuiva e quello di chi lo fabbricava scompariva. E mentre io studiavo ancora come intrecciare i fili, i diametri dei vari tipi di filato, le macchine, gli effetti e tutto l’aspetto tecnico, mi occupavo di costruire una sinergia con Paul, con Stefano, con i suoi collaboratori e quindi anche farmi conoscere all’interno dell’intera azienda, la capacità del servizio di vendita e post vendita, andavano via via aumentando. Inoltre entrava in discussione la creazione di una rete internazionale, principalmente europea, di editori qualificati, propositori di moda per l’arredamento, una specie di certificato di origine, o di appartenenza: nasceva l’ A.N.E.T.A. e cioò l’Associazione Italiana degli Editori Tessili per l’ Arredamento, consorzio, al quale, si aggiungevano man mano aziende estere per cui la sigla rimase, ma con un altro intento. Ricordo bene i nomi delle poche aziende italiane francesi tedesche ed inglesi che aderirono per prime e non eravamo ancora all’euro, circolavano ancora le vecchie lire, i vecchi marchi e franchi. Questa associazione o consorzio, però, si ripromise e mantenne l’idea di presentarsi ai saloni del mobile e dell’arredamento, come gruppo di editori distinti dai semplici produttori; un gruppo d’ elite, insomma. Questo gruppo si promoveva “solo” ogni due anni, al Gran Palais di Parigi, come “Biennale des editeurs” o alla Fiera di Francoforte, con il titolo” Athmosphere”. Nel giro di pochi anni, l’intero ciclo di lavorazione era stato sconvolto, riorganizzato. Era necessaria una nuova organizzazione, certamente in due sole persone non avremmo mai potuto tenere testa alle svariate richieste che arrivavano anche perché il supporto informatico non ci aveva per nulla aiutato anzi, in realtà ci aveva sovraccaricato di ulteriori compiti e funzioni, come per esempio quella di trasmettere all’unità centrale tutti i dati dei nostri prototipi per poterli poi disporre in produzione correttamente. L’errore, umano, magari dovuto alla fretta, ad una valutazione errata, ad un errore nell’affidarsi alla memoria piuttosto che ad appunti, era sempre latente e pesava come una spada di Damocle costantemente sulla nostra testa. Un paio di anni, e quindi verso la fine degli anni ’80, lo studio era cresciuto acquisendo altri tre disegnatori / progettisti e due persone che si occupavano della preparazione dei prototipi da consegnare ai Clienti. Il lavoro eera talmente cambiato, da come mi era stato presentato ed evidentemente previsto, da rendermi sostanzialmente inutili tutti gli studi relativi alla tessitura per approfondire, al contrario, quelli di un vero e proprio “centro di costo”.

Nel 1990, quindi dopo circa sette anni di rodaggio, fui chiamato dal Presidente che mi mise al corrente che l’intera struttura aziendale aveva cambiato struttura e che era stato organizzata, per volere di un nuovo amministratore delegato, in reparti molto divisi tra loro: oltre ai vari servizi di contabilità, vendite, venne istituito anche l’ufficio di segreteria, l’ufficio stampa ed avantoi, fino ad arrivare all’ufficio stilismo, che era sotto la mia responsabilità e per il quale avrei dovuto rispondere direttamente alla direzione generale e quindi a lui che restava il presidente, ma anche il maggiora azionista e quindi proprietario dell’ azienda. Mi venne comunicato che per il mio servizio, per l’anno seguente, 1991, mi era stato messo a disposizione l’importo di lit. 1.800.000.- Un miliardo ed ottocento milioni di lire, nel 1991, non riuscirei a fare un raffronto con una valutazione attuale ma mi parvero una cifra infinitamente alta. Non avevo considerato, però, che io, come reparto, sarei diventato “cliente ”. Per me fu difficilissimo entrare in quest’ottica: la fabbrica, in pratica, il responsabile di tessitura mi addebitava, e scaricava dai suoi costi di preparazione, di orditura, tessitura e tutto il resto, e per quelle ore, i lavoratori della fabbrica diventavano momentaneamente “stipendiati” da me. Così dal magazzino, venivano addebitati al mio centro, i costi di spedizione delle mie attività, ma se in entrata, perché se era una spedizione a cliente, andava addebitato al relativo centro, che solo per le vendite, era diviso in 16 aree. Onestamente mi sembrava molto più difficoltosa la gestione di questi importi che la gestione dei prototipi. Io comunque restai  vedere cosa succedeva perché realmente consideravo che non avevamo gli strumenti per gestire una cosa del genere: io non potevo ( e non ero nemmeno autorizzato a chiederla) la retribuzione o il costo di ogni singolo operatore di fabbrica tantomeno potevo essere al corrente dei tempi interni di lavorazione. Stessa cosa avveniva per gli addebiti ai vari centri di costo dei quali io non conoscevo nemmeno l’esatta suddivisione. Come si suol dire, restai io e un po’ tutti i colleghi titolari di centro di costo, alla finestra a vedere cosa sarebbe successo. Di fatto, tutto rimase nella teoria per cui tutti i conteggi relativi ai centri di costo restarono sospesi, ci pensava la segreteria dell’ amministratore a calcolarle, ma senza interpellarci; come avrebbero fatto restò un mistero per diverso tempo.

Dal punto di vista della progettazione, invece, si continuava inesorabilmente a crescere e le esperienze divennero sempre più importanti e qualificanti.

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