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IL KIMONO

Anna era una nuova leva del mio reparto ed io avrei voluto creare, nel tempo, un mia alternativa, sempre convinto che tutti siamo utili ma nessuno deve diventare indispensabile. Questo provocò non poche contestazioni in azienda perché secondo i miei colleghi “di pari grado”, ma anche secondo  miei dì capi, io mettevo a disposizione delle professionalità completamente gratuite e la cosa avrebbe potuto ripercuotersi su di me qualora l’allievo superasse i maestro. Se poi ci aggiungevo che si trattava di una donna, rischiava di essere tempo  e fatica sprecati. Io non temevo assolutamente questo aspetto perché ero fermamente convinto che un buon “capo” deve mettersi quotidianamente in discussione e, soprattutto, che gli scambi di esperienze non erano mai operazioni a valore zero: se io insegno una cosa a te, non tolgo niente alla mi conoscenza ma se tu insegni a me, ed io a te, diventiamo entrambi proprietari di 2 esperienze e quindi le mie conoscenza più le discuto con chi le discute, più approfondisco pure io il mio bagaglio. Avemmo tempo e modo di discutere su questa mia posizione che in un certo senso rivoluzionava il concetto di “capo” e “subalterno”.

Paul ci portò, al rientro da uno dei suoi viaggi intorno al mondo, un grande disegno spiegazzato e con i colori dati a gesso e quindi anche polveroso e suscettibile di perderlo, il colore. Ci spiegò che si trattava del disegno di partenza per un nuovo kimono, un “documento originale”, una cosa molto pregiata e e che avrebbe voluto che noi lo reinterpretassimo come tessuto per arredamento. Chi dipinge per un kimono, non deve, evidentemente, sottostare a precise regole matematiche per cui, stabilita la dimensione della parte anteriore e di quella posteriore, ha a disposizione una tela su cui dipingere. Noi, al contrario, dovevamo riprodurre il senso grafico, ma restare entro alcuni parametri assolutamente vincolanti. Diedi il lavoro ad Anna, forse il suo primo vero progetto tessile destinato alla collezione aziendale e quindi di importanza fondamentale. Iniziò con dei “matitati”  allo scopo di cercare il movimento, la ripetizione entro i canoni di tessitura che ci vincolavano ad una striscia larga, al massimo, trentacinque centimetri che poi dovevano ripetersi per quattro volte nell’altezza finale del tessuto di centimetri centoquaranta. Lo provò in almeno otto distribuzioni differenti, ma era e restava estremamente riduttivo rispetto all’originale che al contrario spaziava molto ampiamente. Ci rendemmo conto che non era proprio un lavoro facile ed iniziammo comunque con un andamento diagonale decisamente caratterizzante. La prima versione prevedeva che il fascione diagonale ripetesse, otticamente, all’infinito ma presto ci rendemmo conto che era estremamente riduttivo e monotono. Fu a questo punto che mi venne una idea “geniale”, se riferita al periodo. In azienda avevamo degli specchi e delle lenti che ci permettevano di vedere il disegno  moltiplicato due, quattro volte, ma sempre e solamente per una persona alla volta perché era necessario posizionare specchi e lenti in una posizione per cui solo chi li sistemava riusciva a vederne l’esito. Decisi, allora, di dare molta importanza al progetto per cui facemmo delle fotografie per poi convocare il fotografo per lo sviluppo e stampa in grande, almeno quattro volte e poi ribaltando il negativo e stampandolo quattro volte a rovescio e quindi a specchio. Ci ritrovammo , in questo modo, con tutte le più svariate possibilità di composizione dell’andamento diagonale. Oggi, indubbiamente, sarebbe sufficiente un programma anche di prima istanza per poter specchiare, rovesciare, montare una immagine a nostro piacimento, ma all’epoca i computer e specialmente quelli grafici, forse esistevano come prototipi in America ma certamente non accessibili come investimento. Alla fine, con un lavoro di taglia ed incolla, riuscimmo a decidere su quale schema i ripetizione muoverci e così Anna poté partire con il disegno tecnico più mirato possibile. Ogni tanto capitava che il presidente facesse capolino in studio e che volesse essere messo al corrente dei vari avanzamenti progettuali, riferiti ai vari clienti. Sul disegno del kimono, si soffermò ampiamente anche lui avendo intuito un tema nuovo e quindi certamente di tendenza moda arredamento ma nemmeno lui riuscì a comprendere cosa c’era che non andava. Fu,per contro, illuminante il suo commento quando disse che era una autostrada e che dava l’impressione di essere un disegno lungo oltre due metri. Decidemmo, allora con Anna, di fare questa grafica autostradale ma di far passare questa strada sotto ad una corta galleria, per spezzare questa linea sinusoidale  ed alternarla con il motivo del fondo. Credo che Anna fosse arrivata anche allo spossamento perché sembrava proprio che non volessimo arrivare ad una definizione. Con molta fatica, arrivammo anche all’edizione definitiva, facemmo i prototipi ed i colori, non ci restava che sottoporre a Paul e sentire lui cosa ne pensasse. Paul non era stabilmente a Venezia, veniva di tanto in tanto, sia come stilista che come amministratore della sua società distributrice del marchio in tutta la Francia e la Spagna. All’epoca non c’era ancora la moneta unica e le barriere doganali erano ancora molto attive per cui per il mercato spagnolo, era più facile passare tramite la Francia che dall’ Italia. Io e Paul eravamo diventati abbastanza “amici” nel senso che avevamo una certa confidenza reciproca anche se sin da’ll’ inizio del nostro rapporto avevamo cominciato dandoci del “lei” e così continuavamo. Venne finalmente ad occupasi della collezione ufficiale e restò piacevolmente stupito per come avevamo interpretato il suo kimono tanto che si mise quasi entusiasta,  selezionare una decina di colori sui quali lavorare ulteriormente, ma solamente lui poteva avere in testa l’interpretazione cromatica del tessuto e soprattutto, inserirlo in un insieme logico di collezione. Ci diede delle dritte su colori molto decisi, accostando il verde e blu, il tabacco e nero, il nero ed un oro acceso ma sempre in colore, non in lamina dorata che per lui era sempre molto kitch, interpretazioni da arabi che vogliono l’oro ovunque. Ovviamente si fece tesoro dei suoi suggerimenti ed anzi, ci diede delle altre cosa da sviluppare a da mettere insieme per arrivare ad una collezione di tre, quattro disegni, un unito coordinato. Si affiancò il progetto Kioto, che con Kimono costituiva la parte più spettacolare del gruppo, ma tutti di più facile interpretazione. L’appuntamento, per presentare questa collezione, era una mostra mercato che si sarebbe dovuta tenere a Marzo, nelle sale del prestigioso palazzo Grassi, intitolata “Incontri a Venezia”, ambiente molto suggestivo e coinvolgente di un palazzo veneziano con la facciata ricca sul Canal Grande. Una manifestazione che ebbe a ripetersi solo poche volte perché nel 1983, il gruppo Fiat ne aveva preso possesso e consentì per pochi anni, prima del restauro, lo svolgersi di manifestazioni che comunque dovevano avere uno sfondo culturale. Giocando in casa, Venezia, la direzione aziendale ottenne il permesso di esporre nel grandissimo ingresso del palazzo, un telo di sei metri di un tessuto “d’arte” e questo ruolo, lo assunse proprio il disegno Kimono, in blu e verde, un tessuto ammirato da tantissimi visitatori e che segno il  grandissimo successo che ebbe in tutte le sue varianti cromatiche, inclusa la più “scontata” creata in toni molto delicati di verde e rosa. Fu una soddisfazione enorme perché persino i tecnici progettisti di altre aziende vennero a complimentarsi per l’idea geniale di questo fascione che sembrava non trovare mai una soluzione della continuità. In realtà, per me, era una specie di consacrazione al mio ingresso nel mondo dello stile perché la mia testardaggine, aveva generato un vero successo internazionale. Anche all’interno dell’azienda questo grande successo portò una grande crescita di professionalità ed aumentava la mia professionalità e la mia autostima. Ovviamente io lo riscossi come progettista, Anna come disegnatrice e Paul come stilista ufficiale e quindi la stampa ed gi editoriali sull’evento, davano l’intero merito a lui, ma io lo consideravo assolutamente nell’ordine logico delle cose perché era di fatto lui il direttore artistico. Ci fu, in azienda, un entusiasmo costruttivo, sembrava arrivato il momento di potermi definire “progettista”, una specie di gratifica, certamente di Anna, ma il team aveva funzionato veramente alla grande.

Uno dei problemi che cominciavo a percepire, era in costo della preparazione dei “cartoni” cioè le schede perforate che in sequenza, davano gli ordini di tessi mento al telaio: noi riuscivamo, certo, a produrre dei validi disegni tecnici, ma diventavamo dipendenti da una azienda esterna per l’ interpretazione e la trasformazione da grafica pura, alle assolutamente anonime, schede da telaio. In sostanza noi arrivavamo al disegno tecnico, si potrebbe paragonare a quello di una casa dove il progetto su carta viene sviluppato dal’ architetto o dall’ingegnere che poi è obbligato a produrlo al responsabile dell’impresa che provvedeva alla costruzione della casa.

Quell’anno il presidente avviò una vera e propria partnership con una azienda olandese il cui titolare, a me, stava particolarmente antipatico; lo trovavo un pressappochista, abbastanza autoreferenziale e senza un particolare aspetto di eleganza, sia fisica che di abbigliamento. Mi sembrava un personaggio che aveva fatto i soldi con astuzie più che per grandi capacità personali. Di fatto io avevo avuto pochissime occasioni per parlarci insieme, ma ho descritto una di quelle sensazioni “a pelle”. Andrè,  un uomo al quale non avrei confidato nulla e con il quale avrei condiviso meno questioni possibili; non ero io, comunque a dover dare valutazioni e quando il mio capo decise di andare a trovarlo a casa sua, per me non significava proprio nulla a parte che non capivo perché ne parlasse con me. Lo compresi a fondo al suo rientro: Andrè aveva deciso che nella sua azienda la progettazione tecnica si trasformava da “manuale” a quella “informatizzata”. Al rientro, infatti, mi convocò per mettermi al corrente di quanto avevano  concordato lui ed Andrè e cioè che avremmo, tra noi e l’azienda olandese, avviato una esperienza di collaborazione con un’altra azienda, esclusivamente informatica per lo studio e la messa a punto dei programmi per la progettazione tessile. Il progetto era stato denominato “I.C.D.S.”, acronimo dì Interactive Design Color System e quindi progettazione informatizzata; il presidente, l’acquisto  e la firma sul contratto, l’aveva già apposta direttamente nella sede olandese della Nedgraphics, noi dovevamo solo prendere atto della cosa ed attendere che anche da noi arrivasse il sistema. Mi disse poi che avrebbe voluto che io mi recassi in Olanda per approfondire i dettagli tecnici ma che in linea di massima, a noi (come azienda) sarebbe stato fornito l’hardware ed il software a titolo gratuito con l’accordo che noi avremmo eseguito tutti i test della nuova divisione  delle Nedgraphics a nostra volta a titolo del tutto gratuito. Feci presente che io non parlavo ne tedesco ne olandese, tutto il nostro scambio avrebbe dovuto essere in inglese. Gli confermai, comunque, che gli avrei risposto antro un giorno o due al massimo per confermargli se mi sentivo meno all’altezza. Ne parlai, dopo poco, con Daniele che era il mio più stretto collaboratore e, con mia sorpresa, venni a sapere ch per lui l’argomento non era del tutto nuovo e che a casa, privatamente, aveva già approfondito con suo  computer e che aveva già “comprato” dei programmi simili a questo utilizzo. Decidemmo insieme di tornare il giorno seguente dal capo, per spiegare che avremmo ritenuto più utile e produttivo, recarci entrambi in Olanda: io come responsabile della futura gestione delle relazioni e Daniele come tecnico aziendale di riferimento. Con molta più sorpresa di me, anche il capo fece fatica a comprendere che Daniele aveva già sperimentato, per conto suo, ‘approccio all’informatica. Teniamo presente che eravamo alla fine degli anni ’90 e che non esisteva ancora una diffusione di internet capillare come adesso: si parlava di circa cento milioni di computer collegati in tutto il mondo, contro gli attuali ( supposti) tre miliardi e mezzo di oggi, e che non era così facile trovare programmi di grafica informatica: fino a circa metà degli anni ’90 erano immessi sul mercato principalmente videogiochi “game” ma pochi utilizzi differenti se parliamo, sempre di una utenza globale finale che si cominciava a presentare al grande pubblico con il Commodore 64, ma con un prezzo decisamente o da professionisti o d grandi amatori ed estimatori.

Tra le varie questioni che erano già state trattate, emerse anche la necessità di avere una stanza destinata al computer perché avrebbe dovuto essere fresca, ventilata e soprattutto fuori polvere.

Io, di lavoro al computer nella grafica, ero totalmente a digiuno mentre Daniele parve subito mostrare un notevole interesse perché come disse, aveva già delle sua personali esperienze in merito e questo fu segnalato al presidente che poi, alla fine, comprese ed approvò il nostro viaggio in Olanda ma, chiarimmo, in realtà doveva essere fatto in Belgio dove c’era la sede operativa della Needgraphics e non la sede amministrativa dove avremmo al massimo assistito ad una dimostrazione mentre in Belgio avremmo potuto incontrarci con gli operatori nostri futuri colleghi e referenti sui vari punti da sviluppare o meno. Ed anche su questo era d’accordo; non ci restava che organizzare il viaggio, fissare le date e gli appuntamenti e quindi partire. Decidemmo di andare in aereo fino a Bruxelles e da li noleggiare una macchina per raggiungere lo studio che ci aspettava. All’epoca, l’unica carta di credito che ci veniva data in dotazione come azienda, era la American Express ma c’è anche da dire che i circuiti internazionali non erano tanto diffusi come oggi e quindi mi vennero consegnati dei franchi belgi equivalenti ad un milione di lire per pagare tutto il necessario, escluso l’aereo ma incluso il noleggio, vitto ed alloggio. A me non sembrava di avere un capitale per restare fuori sede tre giorni, due notti in due persone comunque feci buon viso a cattiva sorte e non intendevo assolutamente utilizzare risorse mie personali mescolandole con quelle aziendali. Partimmo, all’arrivo trovammo l’auto a noleggio e li potemmo pagare con l’ America Express e ci indirizzammo verso il luogo dell’appuntamento. Nella tarda mattinata eravamo alla Leclerq, pronti per assorbire tutte le informazioni che ci venivano date. A riceverci trovammo Bertrand, il figlio del titolare dell’azienda che stavamo visitando, e fu molto gentile, rispettoso e disponibile. Il pranzo fu a base di panini e qualche bibita, ma per loro sembrava una abitudine talmente radicata che non ci fu nemmeno chiesto se ci andasse bene o meno. Non considerammo questa situazione un grosso scoglio. Lavorammo ininterrottamente fino a quasi ora di cena, ora in cui si unì a noi anche il padre di Bertrand. Io gli chiesi dove ci poteva suggerire di andare a cena, possibilmente abbastanza vicini all’ albergo dove eravamo scesi e lui si fermò, le dita aperte sulla fronte pensierosa e ci disse che avremmo potuto provare al ristorante “Le Saucier” che si trovava proprio nelle vicinanze dell’albergo e che era di qualità media, augurandoci una buona cena e scusandosi a priori se il locale non fosse stato di nostro gradimento, ma nessuno si offrì per accompagnarci e farci magari un po’ da Cicerone per una uscita dopocena nella cittadina che ci ospitava.

Arrivammo in albergo che era già notte, non tardi, ma buio e salimmo nelle nostre camere a rinfrescarci un momento prima di uscire a cena. Arrivai prima io nella hall dell’albergo perché Daniele si era fermato un momento di più in camera e così approfittai per chiedere informazioni sul ristorante “Le saucier”, come raggiungerlo a piedi, che avrei lasciato volentieri la macchina in parcheggio. Mi disse che il posto era molto vicino e mi diede della utili informazioni sulla strada da percorrere per sfruttare anche quel momento in visita della cittadina ma quando gli chiesi informazioni sulla qualità del cibo servito, lo vidi, seppur per un attimo, in difficoltà; mi disse che lui non era mai stato perché normalmente non si va in un ristorante a due passi da casa ma che ne aveva sentito parlare come un posto dove si mangiava veramente molto bene, una cucina delicata e che c’era un bravissimo chef che aveva anche vinto dei concorsi culinari abbastanza importanti. Nessuno pensi ai master chef di oggi, si trattava di premi assegnati ai cuochi che si distinguevano per fantasia e capacità, niente stelle. Tra me pensai che poteva anche andare bene, mai più avrei chiesto dei prezzi, anche perché se lui aveva detto che non c’era mai stato, mi sembrava una domanda fuori luogo. Arrivò Daniele e ci avviammo al ristorante camminando lentamente e osservando le case, le pavimentazioni, l’illuminazione tenue e suggestiva fatta di toni caldi che davano un tepore primaverile al contesto. Arrivammo anche alla vetrina del locale dove, nel frattempo, avevo pure prenotato pe sicurezza, per due persone. Non era molto tardi anzi, per nulla ma restai sorpreso, nell’entrare, che eravamo gli unici clienti del locale e che avevamo di fronte chef e sommelier, nessun cameriere, niente cravattini ma cappello da cuoco e tastevin d’argento al collo. Credo che sia stato il sommelier ad accompagnarci al nostro tavolo perché servì subito dell’acqua ed ovviamente la versò nell’apposito bicchiere mentre lo chef ci portò delle piccole bruschette di pane e del burro freschissimo su un piattino a parte, uno ciascuno, ovviamente.  In un momento in cui i due si distrassero, Daniele mi lanciò un’occhiata di terrore: era già spaventatissimo dal conto del quale ovviamente non conosceva l’importo ma che immaginava altissimo, cosa a lui decisamente desueta. In Olanda, in un ristortante di ispirazione belga, ovviamente si iniziava con una entrée di insalata cruda e poi delle verdurine cucinate al momento, guarnite con formaggi e grigliate. Ne arrivarono sei o sette portate, piccoli assaggini ciascuno accompagnato da un vino per cui era un susseguirsi di versamenti svuotamenti e cambi di bicchiere. In un altro attimo di distrazione, dissi a Daniele di mangiare pure serenamente perché era evidente, persino troppo, la provocazione che il Sig. Leclerq ci aveva voluto fare, quasi a verificare in quali condizioni contrattuali la direzione della nostra azienda ci mandava in giro per il mondo e che quindi avremmo dovuto restare all’altezza della situazione e soprattutto che il giorno seguente non avremmo dovuto nel modo più assoluto, dare soddisfazione a chi ci aveva suggerito di andare li, avremmo dovuto mostrare di commentare cena e servizio come se per noi, lavoratori della nostra azienda, di cui andiamo fieri, fosse normale essere trattati così. Nel sentire che mi assumevo io la responsabilità del conto e del relativo rimborso in azienda, Daniele si rasserenò ed incominciò davvero a cenare con piacere.  Finita la batteria degli antipasti, ci venne presentato il menu dei “piatti”, quelli che noi chiamiamo secondi o pietanze, li vengono considerate portate uniche che sono già previste con contorno, salsa, e tutti gli annessi e connessi che non sono a discrezione del cliente ma dello chef. Non si può ordinare una bistecca con patate fritte, se si ordina la bistecca questa viene servita con gli allegati che lo chef trova adatti e magari può dipendere anche dal grado di cottura che viene richiesto. Ricordo che in Francia ordinai un trancio di tonno ai ferri e mi venne portato, a mio avviso, piuttosto crudo. Lo rimandai in cucina a cuocere ancora un po’ ed il cameriere tornò col mio piatto riferendomi che lo chef sosteneva che era “à point” e cioè cotto alla perfezione. Potevo scegliere solo se mangiarlo o meno. A parte questo, venne lo chef e ci elencò le varie specialità della casa, senza specificare il metodo di cottura ed infatti io chiesi una sogliola dei mari del nord ai ferri e mi venne risposto che lui la sogliola la faceva alla “Belle meuniére” che se non ricordavo male era con i pomodorini e “stufata” nel sugo. Andò meglio a Daniele che ordinò della carne ai ferri ed al quale venne chiesto se la preferiva ben cotta, regolare o al sangue ma di contorni non poté discutere nemmeno lui. Dopo pochissimi minuti, quasi a dimostrare che nulla c’era di surgelato, lo chef tornò a mostrarci la sogliola freschissima e la carne già aromatizzata con erbe di tutti  i tipi. Ovviamente con un certo rituale lo chef si ritirò nei suoi domini ed il sommelier cambiò nuovamente vino e bicchieri, bianco per me e rosso per Daniele, ovviamente. Dopo quasi mezz’ora, lo chef arrivò trionfante con i suoi piatti, enormi con sogliola e carne guarnite in tutti i colori della tavolozza tanto che a me sarebbe bastata la sola guarnizione. Ovviamente tagliò a pezzi la carne di Daniele e diliscò la mia sogliola e, al contrario di ciò che ci aspettavamo noi, restò li, a guardarci per attendere un nostro cenno di gradimento: Ma almeno si poteva darlo dopo aver almeno assaggiato il suo lavoro o si doveva dare un assenso sulla fiducia della presentazione ? Arrivammo alla fine di questa cena farsesca, ci venne proposto dolce, gelato, frutta ma rifiutammo tutto a favore di un buon “espresso bien serré” ma ci arrivarono due caffè infinitamente lunghi, ma in tazza piccola.  Questo sarebbe stato il “bien serré”, figuriamoci se lo avessimo chiesto “serré” o “ au niveau”.

E fu il momento del conto, mi venne da sorridere perché spesso avevo sempre considerato i miei concittadini veneziani dei profittatori del turismo a livello di prezzi, ma credo di non aver ancora mai superato un conto tanto salato per due coperti : il corrispondente di  ottocentosessantaquattro lire italiane. A me, ma non lo feci trasparire, più che il conto, preoccupava il fatto di avere la sola American Express difficilmente accettata ma pagando in contanti sarei rimasto senza denaro per il rientro in Italia, pagare la macchina a noleggio ed il resto. E fu così: la carta di credito aziendale non venne accettata e mio malgrado dovetti pagare con la mia personale il che, non solo andava contro i miei principi, ma mi rendeva anche più difficile il risarcimento in quanto questo veniva fatto solo dopo che in azienda avevano ricevuto l’estratto conto per tenere nota delle spese bancarie relative alla transazione. Ed era esattamente quello che avrei voluto evitare da e per sempre. Rientrammo in albergo commentando la serata e la ridicolaggine di tanto servizio ma soprattutto di tanta spesa, ma tant’era che ce ne andammo a dormire quanto più sereni possibile.

L’indomani, come previsto, il carissimo Sig. Leclerq ci chiese come era andata la sera al ristorante, sfoggiando un sorrisetto sardonico che era tutto un discorso. “Bien, tres bien, merci” fu la mia caustica risposta di chiusura dell’argomento.  Passammo ancora poche ore con i Leclerq e ci muovemmo in notevole anticipo per raggiungere l’aeroporto, anche per poter andare a mangiare un pranzo semplice ma caldo e seduti. Ovviamente già in auto e poi in aereo, commentammo i metodi di lavoro che erano stati adottati in quello studio, diviso per ruoli verticali e cioè c’era una persona che disegnava esclusivamente a tavolo con matite e pennelli, un’altra che assumeva l’immagine allo scanner e provvedevano al montaggio schematico e la pulizia dai colori posizionati o non desiderati, Un terzo ruolo era, sempre svolto da una persona sola, era l’interpretazione tecnica del disegno tecnico. Secondo noi, l’organizzazione da dare era radicalmente diversa: ciascun progettista partiva dall’idea originale, ne faceva il bozzetto a colori e quindi se lo sarebbe anche lavorato al computer (C.A.D., Computer Aide Design), e non solo, avrebbe anche avuto la responsabilità di creare le varianti di colore a telaio. Osservammo poi entrambi, che avevamo sostanzialmente assistito ad una “demo” identica a quella che si poteva avere in una stand fieristico. In sostanza non avevano personalizzato assolutamente nulla di quelle opzioni che noi avevamo individuato, non avevano alcuna modifica o nuovo programma che si discostasse dal pacchetto originale. Eseguivano quindi pedissequamente, le istruzioni che avevano ricevuto dai dimostratori dell’ azienda che aveva fatto i programmi. Riconsegnammo l’auto all’aeroporto, bello che io mostravo una sicurezza infinita mentre ero alla mia prima esperienza però sapevo per certo che le aziende di noleggio auto accettava la carta American Express e quindi avevo la copertura necessaria. Decidemmo, al check-in e poi in aereo, di prenderci un momento di riposo che per me si trasformò in un momento di riflessione: adesso che avevo appreso le tecniche di progettazione manuale, avrei dovuto riprendere lo studio della progettazione con il computer ed ancora mi chiedevo quali garanzie di omogeneità potevano esserci tra il vecchio ed il nuovo sistema. Nel contempo mi rendevo conto che ciò che avremmo dovuto fare noi, in sostanza, era ciò che facevano le aziende alle quali inviavamo i nostri progetti da trasformare in schede perforate. Il passo avanti, in realtà, era un salto triplo in avanti ma dovevamo trovare un modo per utilizzare questi strumenti dando una personalizzazione della lavorazione. Era complesso perché avevamo preso contatto con i sistemi, solamente in due occasioni, e sempre con un operatore che lavorava, non avevamo ancora mai potuto tenere noi il mouse in mano, utilizzare i programmi, loro facevano e ci mostravano. In ogni modo, anche solamente viaggiare costa molto caro perché dei soldi che mi erano stati dati alla partenza, non riportavo che pochi spiccioli ed io non amavo proprio non avere un margine di tranquillità sempre con l’intesa che tutto quello che poteva avanzare sarebbe stato reso, ma perché non darci un po’ di denaro in più ? Avevo con me giusto i soldi per prendere un taxi con due destinazioni: casa mia e Venezia Piazzale Roma, dove abitava Daniele. A questo punto avevamo quasi fretta di poter sperimentare questo nuovo metodo ma non servì moltissimo tempo, nonostante, per allora, si trattasse di una grossissima spesa.

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