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IL RIENTRO AL LAVORO

Inutile dire che i 15 giorni di cui si era parlato inizialmente diventarono 12 mesi e che i segni degli interventi avevano lasciato non solo tracce estetiche ma anche profonde menomazioni fisiche: la mia voce non esisteva più, il rapporto col telefono era diventato conflittuale la polvere, ed in particolar modo quella della fabbrica, una nemica e di conseguenza, la mia fisicità compromessa inesorabilmente.

Fu un giorno drammatico: il mio posto di lavoro non esisteva più fisicamente, non avevo un tavolo, adesso non dipendevo più dalla Direzione Generale, ma da un mio ex subalterno di mio pari livello contrattuale e solo qualcuno venne a salutarmi e darmi il bentornato. Non ero poi così amato come mi ero illuso di essere, evidentemente. Ero visto con indulgenza ma anche con sospetto perché ero certamente ricurvo, ma non spezzato. Chiesi di essere aggiornato sui programmi di progettazione e mi venne chiarito che io non avrei più progettato nulla e che il Direttore Artistico, adesso, era un altro. Cercai di darmi delle ragioni, mi dissi che una azienda che si rispetta non può aspettare un manager per un anno ma che col tempo avrei ripreso, li giustificai che una scrivania non serve finché non c’è chi la occupa e nemmeno un terminale, e nemmeno un telefono .. ma nemmeno una seggiola, ma adesso, ero ritornato.

Il giorno seguente, infatti, trovai, in una stanza per conto mio, un tavolo ed una sedia ma anche un sacco di cose inutile e polverose che erano state da lungo tempo abbandonate li. Insomma ero in una stanza ripostiglio ma con finestra esterna e climatizzatore ma senza collegamenti col mondo esterno. Chiesi cosa avrei dovuto fare per guadagnarmi la pagnotta ma nessuno sapeva rispondermi.

Daniele, Anna, Sabrina, Alessia, Fabio, Michele, Francesco, Cristina e tutti, mi sentivo come Cesare ma non c’era Bruto al quale rimproverare un “tu quoque”.

Un giorno venne Michele da me e mi chiese se non avessi caldo col foulard che portavo al collo per mascherare la cannula tracheostomica e quando gli dissi che facevo anche più fatica a respirare, mi suggerì in modo esplicito di fregarmene, di toglierla e che non era una cosa da nascondere. E così feci, autorizzato, informalmente, da lui, ma sapevo di avere un complice. Sabrina, una mattina venne e mi invitò a prendere contatto con le nuove metodologie di progettazione entrate in aggiornamento nel’anno della mia carenza ma venimmo ripresi entrambi, da Angelo, il nostro comune Dirigente che sgridò lei per la perdita di tempo e me perché distraevo i lavoratori. Da allora, mi venne formalmente vietato di “girare per gli uffici” cosa che non feci assolutamente perché io ai rapporti umani ci ho sempre creduto.

Per vie un po’ traverse, antiche amicizie e sotterfugi, riuscii ad ottenere un vecchissimo PC, con video tastiera e mouse e pure un allacciamento al server centrale che mi permetteva di navigare in rete, sia aziendale che esterna (Internet). Non fu certo una cosa condivisa dalla Direzione (leggi Angelo) ma forse togliermi anche quello sarebbe stato più disumano della perfidi cache aveva già espresso. Pochi strumenti: il computer era vecchio, lo schermo ancora a tubo catodico e mal funzionante; già ci vedevo meno, figuriamoci se potevo perderla la vista così, nella pausa pranzo, andai al Panorama e mi comprai uno schermo piatto da 32 pollici, bello, nuovo e soprattutto funzionante. Una etichetta sopra “Valentino Proprietà privata” e decisi che avrei potuto avviare la mia attività “in proprio” in quella sede dell’azienda.

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