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PIEGATO MA NON SPEZZATO

Rientrai al lavoro, decisamente provato e assolutamente non assolto dal mio enorme errore. Inutile cercare di mantenere un livello di riservatezza, era di pubblico dominio ciò che mi era accaduto perché il Presidente stesso si era interessato alla mia vicenda, unico che forse ancora credeva in una mia possibile riabilitazione sociale e lavorativa.

Avviai, nel frattempo, anche la documentazione per ottenere il riconoscimento di invalidità civile, non tanto per la patologia tumorale quanto per quella neurologica, ma la siringomielia non era ancora contemplata tra le patologie invalidanti.

Si cominciava a pensare, in quel periodo, ad unificare i due centri produttivi aziendali distribuiti tra Firenze e Como in uno unico più efficiente. La scelta era andata su Como, zona di origine del mio dirigente. Per questa ipotesi, ad un mio collega, Renato, vennero assegnati alcuni compiti di studio ed approfondimento sulla fattibilità del progetto, le tempistiche, i metodi, vantaggi e svantaggi e per questo si ritrovò con un carico di lavoro che eccedeva le normali possibilità. Per questo il Dirigente, decise di spostare su di me una parte del lavoro di Renato ed io presi una boccata di ossigeno perché finalmente avrei avuto un nuovo ruolo professionale. Come al solito, però, ereditavo una mansione di quelle che nessuno voleva: occuparmi della certificazione, omologazione al Ministero dell’ Interno dei prodotti destinati al contract navale ed alberghiero, i cosiddetti contratti “chiavi in mano” e tutti i test di laboratorio che potevano o dovevano essere fatti. Non era una eredità semplice perché il novanta per cento del lavoro si basava sulla memoria di Renato, ma non su quella del suo computer, proprio sul suo cervello e non era quindi recuperabile se non attraverso la comprensione delle sue metodiche di lavoro. Lui, però, non aveva tempo da dedicarmi. Per diverse volte in cui mi trovai ad affrontare un problema, andai da lui per chiedere lumi e, pur on qualche difficoltà, mi rispondeva sul come effettuare una determinata procedura. Piano piano ed approfondendo, arrivai a determinare il suo modus operandi e cominciai a strutturare il mio nuovo lavoro.

Provai più volte a riferirmi direttamente al Ministero dell’Interno per quanto riguardava le pratiche di omologazione dei prodotti ignifughi, come prescriveva la legge, ma tutto si risolveva in lunghissime telefonate, per me molto faticose, vista la mia difficoltà a parlare, inconcludenti e fatte di passaggi da un operatore all’altro ed ogni volta mi trovavo a dover rispiegare daccapo la mia domanda e quasi sempre chiudevo con una promessa di richiamata che non veniva mai.

Mi riferii all’ esperienza che vissi per il rinnovo della patente: andare direttamente alla Motorizzazione Civile della mia città, era stata una grande ed inutile perdita di tempo perché per prendere un appuntamento si faceva la coda, per avere la lista della documentazione, un’altra, per prenotar e la visita in Commissione, altra sede ed altra coda per cui decisi di appoggiare il tutto ad una Agenzia che, probabilmente, non avrebbe fatto mancare la solita “marca da bollo” da sportello. Alla fine mi resi anche conto che oltre alla perdita di tempo che avrei risparmiato, avrei anche materialmente speso meno tra viaggi e documenti inutili. (non si trattava di un rinnovo ma di una patente speciale per portatore di handicap).

Presi allora appuntamento con una agenzia specializzata di Prato, ovviamente previo accordo telefonico, e mi ci recai per cercare di chiarirmi le idee sulle varie possibilità di omologazione e sui costi che, se inseriti in un accordo di assistenza annuale, avrebbe potuto essere anche più conveniente. A Prato andai con la mia compagna e la figlia, giusto per dare un senso di viaggio anche di piacere, ma soprattutto perché ancora non ero certo di poter affrontare un viaggio, tanto lungo, da solo; prima degli interventi, ero abituato a muovermi molto rapidamente da un punto all’altro dell’Italia, ma non ero più efficiente come prima. L’incontro andò molto bene, sia perché dal laboratorio mi spiegarono bene come dovevano essere predisposti i tessuti per arrivare direttamente all’obbiettivo della certificazione, sia per l’offerta di assistenza globale che ne derivò.

Non avevo più alcun potere decisionale in quell’azienda dove fino a qualche anno prima avevo una libertà di movimento quasi assoluta e quindi predisposi una relazione dettagliata del mio viaggio e degli accordi che avevo preso, ovviamente, salvo conferma della direzione. Fui convocato dal mio dirigente che mi chiese conto di ciò che avevo fatto. Non fu certo un bell’incontro perché ancora prima di lasciarmi riferire iniziò a spiegarmi che io non ero più delegato dall’azienda a fare queste cose e che avrei almeno dovuto contrattarlo prima. Alla mia obiezione che si sarebbe trattato di un rifiuto certo ed aprioristico, mi rispose che le decisioni, adesso, spettavano a lui e che le mie iniziative non erano gradite. Chiusi il dialogo presentando una richiesta postuma di ferie per il giorno dedicato al viaggio a Prato e che non avrei presentato alcuna richiesta di rimborso di spese di viaggio in azienda in quanto lo consideravo un viaggio mio, di piacere e formazione. Restò abbastanza interdetto perché in questa maniera non avrebbe saputo come si era sviluppato il dialogo tra me e questo laboratorio essendo questo diventato un patrimonio appartenente alla mia personale cultura. Ovviamente, non riuscì con questo a privarmi della conoscenza che avevo acquisito nel corso di quel viaggio di formazione professionale e, per tirare ancora la corda, presi un impegno ad essere presente ad una conferenza tenuta dall’ AITA (Associazione Italiana Tessili Antifiamma) che si sarebbe tenuta a Rho. In azienda non dissi assolutamente nulla, chiesi un giorno di ferie e mi recai a Rho per mio conto, la sera prima per essere puntuale all’apertura dei lavori alle 8,30 del mattino successivo. Ero determinato ad acquisire formazione per poter svolgere al meglio il lavoro che mi era stato assegnato. Confidavo, nel mio intimo, di non incontrare nessuno che mi conoscesse in modo da tenere del tutto all’oscuro l’azienda delle mie iniziative personali. E invece, mi incontrai con Alfredo, altro mio collega, inviato li proprio dal nostro comune dirigente per approfondire e riferire in merito. Con Alfredo avevamo un ottimo rapporto per cui fu facile intendersi e lui non ebbe alcun problema ad ammettere che la sua conoscenza sul tema ignifughi era pari a zero e soprattutto che non gli interessava visto che lui era concentrato sulle stamperie che lavoravano per conto dell’azienda e che erano queste ultime che si occupavano di tutto. Ci accordammo sul suo silenzio in azienda e che io lo avrei aggiornato sommariamente ma che già a priori non ci sarebbe emerso nulla di particolarmente interessante, così lui se ne andò ed io restai li ad ascoltare normative su normative, da prodotti come i materassi alle imbottiture, dai cuscini ai parati, tutte cose che a me non riguardavano ma era interessante riscontrare quanto variegato era il mondo dell’alberghiero, teatrale e della fornitura navale.

Me ne tornai a Venezia, con un ulteriore bagagli di informazioni, acquisite con modestia, pagandomele di persona, ma mi sentivo pronto a partire ed inserirmi “alla pari” in un progetto che avrebbe dovuto, nei miei propositi, trovare una enorme semplificazione delle procedure.

Mi presi i miei rischi perché da quel momento, se non su esplicita richiesta, non riferii più nulla sulla mia attività ma riscontravo un notevole disinteresse e questo, contrariamente al pensiero comune, mi rassicurava che stavo andando nella direzione giusta perché altrimenti sarei certamente stato richiamato all’ordine.

Cominciai a richiedere uno scanner “privato”, da mettere sulla mia scrivania, spiegando che mi sarebbe servito per mettere a disposizione di tutti, in rete, tutte le certificazioni già ottenute. Ci furono delle obiezioni perché uno scanner era a disposizione dell’intero reparto, ma io insistetti perché spiegai che i miei erano piccoli lavori artigianali e che non sarebbe stato opportuno occupare la macchina a disposizione di tutti per lunghi periodi. Per uno scanner da cinquanta euro, sembrava di dover fare l’elemosina per cui decisi di acquistarmelo. Per la verità, in seguito, mi venne anche rimborsato. Poi chiesi al CED (Centro Elaborazione Dati) di poter avere accesso, in sola lettura, ovviamente, ai dati degli articoli fabbricati in azienda. Immediata reazione negativa, nemmeno avessi chiesto le chiavi di una cassaforte. Spiegai che io intendevo fare una semplice interrogazione sui dati già disponibili in azienda come peso, altezza, composizione, filati impiegati, numero dei fili e delle trame, tutti dati già archiviati e che il non poterli assolutamente modificare non era per me una restrizione ma una tutela, e che non volevo assolutamente poter modificare nulla, anzi, che venisse ben chiarito che eventuali responsabilità di modifica non sarebbero potute essere addebitate al mio profilo informatico. Spiegai anche che non chiedevo programmi particolari al CED, che mi sarei arrangiato con dei programmi messi a punto da me, e che a me sarebbe stato sufficiente avere il nome dei campi di allocazione dei dati e l’autorizzazione a prelevarli. Non fu proprio una battaglia semplice perché ero il primo in azienda a fare una richiesta simile ma piano pano ci arrivammo.

Cominciai allora la mia analisi: quali certificati avevamo già a disposizione, a che tipologia di tessuti si riferivano e quanti tessuti analoghi avevamo prodotto estendendo anche a questi ultimi l’identità di certificazione. La ricerca di tessuti sufficientemente simili da poter essere implementati,i tessuti prodotti e le certificazioni associate erroneamente. Il mio stava diventando un lavoro scientifico, non appoggiato alla memoria storica di una persona. Io riflettevo che, qualora fossi mancato, chiunque avrebbe potuto e dovuto essere in grado ed in condizione di continuare.

Ci misi circa un anno a completare la mia analisi ma quando finii, nessuno più aveva da recriminare nulla: era tutto a disposizione dell’utenza aziendale. Basta fotocopie di fotocopie che giravano dagli uffici vendite agli uffici produzione, e-mail di richieste ripetitive. Anche le utenze si erano abituate alla comodità di potersi arrangiare senza dover necessariamente dipendere l’una dall’altra. Ovviamente il merito se lo prese il dirigente, ma non sfuggì alla direzione il mio lavoro perché, come si dice, le bugie hanno le gambe corte, e alla fine in una azienda, tutti sanno tutto di tutti.

Cambiai anche la nomenclatura delle omologazioni: per il Ministero del’Interno il termine “qualità” aveva il significato di materiali impiegati questo a prescindere dai colori e dagli intrecci o disegni. Un errore, a mio avviso perché gli stessi fili e le stesse trame, intrecciate in modo diverso potevano e possono generare degli effetti di camera d’aria che agevola l’ignizione, ma non era compito mio segnalare questo alla autorità Inoltre vi erano dei coloranti per il filato che rispondevano in modo diverso: il rosso prendeva fuoco più facilmente del giallo ma il nero li superava tutti ma io mi limitai ad individuare le qualità secondo la normativa ed a queste, associare l’omologazione corrispondente. In questo modo avremmo potuto produrre anche piccoli quantitativi senza dove scaricare, alla vendita, il costo delle omologazioni che ammontavano a circa mille euro l’una e che quindi incidevano di un euro sul finito ma su un ordine di mille metri, due su cinquecento e così via. Si poteva quindi invertire la scelta qualitativa: meno metri, costo rosicchiato e omologazione già pronta. Di fronte alla dimostrazione di un risparmio complessivo notevole, ne computo di fine anno, anche le spese di gestione potevano essere assolutamente trascurate e di questo si accorsero bene coloro i quali gestivano i centri di costo. Cominciò  “girare” in azienda una nuova codifica interna, tipo “si potrebbe fare in NF001, oppure in NF027 che sono già disponibili. (Ovviamente NF stava per Non Fuoco) Ma si potevano certificare anche prodotti esterni come i velluti e con un codice VF001 certificare gli acquisti relativi senza dover far comparire il reale fabbricante che aveva una sua certificazione ma che doveva essere sottoposta per intero alla Sovrintendenza o al Committente e quindi far comparire il nome del fabbricante originale.

 avendo a disposizione l’intera anagrafica degli articoli prodotti, potevo recuperare in pochissimo tempo i dati che mi servivano per le nuove omologazioni, sia per l’Italia che per la Germania che per gli USA e disporli in tempi ristrettissimi attraverso una modulistica predisposta appositamente con tutte la varie incombenze a cui fare fronte.

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