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CANCRO AL SENO

Non del mio cancro al seno, voglio parlare perché questa esperienza mi manca,  ma di una grande opportunità che mi si apriva di aprirmi al sociale, alle relazioni, al fare per amore, al dedicarsi agli altri senza guadagnarci nulla ed anzi, rimettendoci o rischiando qualcosa di proprio. Così, mentre il lavoro delle certificazioni aveva trovato una sua routine quotidiana, io mi trovavo nuovamente, dopo una anno, per l’appunto, praticamente nuovamente privo di occupazione perché il mio lavoro di ufficio lo assolvevo in un massimo di due ore al mattino ma non sapevo cosa fare nelle restanti sei.

Da vizioso com’ero, scendevo di tanto in tanto a fumare una sigaretta di nascosto, sia per evitare discussioni  inutili in azienda, sia perché ritenevo abbastanza irrispettoso fumare pubblicamente avendo già avuto un cancro alla gola. Fu in una di queste occasioni che mi avvicinò, anche lei nascosta da occhi indiscreti una signora, capelli bianchi, viso stanco che mi disse “ciao Valentino, come stai ?” e si accorse che non la stavo riconoscendo e quindi riprese “sono Annalisa, ti ricordi di me, ero con Gino che facevamo l’analisi aziendale quasi vent’anni fa”. Fu una doccia gelata: la ricordavo frizzante, dinamica, una bellissima donna con gli occhi azzurri molto espressivi e mi trovavo davanti una persona in semi decadenza, affaticata, provata e, posso dirlo, invecchiata prematuramente. (non avevo uno specchio, però, davanti a me per cui non posso sapere che impressione le ho fatto io). Cominciammo così a raccontarci le nostre vicende, io col mio cancro alla gola e le col suo al seno. Una miscela di emozioni che solo due persone che hanno sperimentato sulla propria pelle riescono a condividere tanto intensamente. Il tempo però era tiranno, specialmente per lei che era appena rientrata ed era stata adibita a mansioni a dir poco deprimenti ma che veniva, comunque, controllata molto più di me. Rinviammo quindi al giorno seguente con appuntamento telefonico preventivo destinato a fare due chiacchiere. Così mi raccontò del ricovero a Dolo e degli interventi che aveva subito, del grande aiuto che aveva avuto da un senologo che l’aveva incoraggiata, sostenuta e pure le aveva messo in testa un’idea meravigliosa quella di riprendere una storica associazione andata purtroppo persa nel tempo, nel disimpegno proprio di supporto alle donne del distretto, operate di cancro, l’ Associazione Soledonna. Cominciò a parlarmi di una grande cena di inaugurazione dove invitare medici dell’ ULSS e politici del Comune ed una grande marea di ex iscritte e di altre associazioni della zona del Veneto orientale. Una idea da megalomane, pensai subito, questa è matta: senza un minimo di fondi associativi, senza un programma, una idea di come dove, quando, perché, con chi riavviare l’associazione, pensa alla cena di inaugurazione. Follia pura sulla quale non intendevo assolutamente farmi coinvolgere; oltretutto ero anche laringectomizzato quindi niente relazioni pubbliche da parte mia.

Una mattina Annalisa mi portò un pezzetto di carta con il logo della associazione ch intendeva rimettere in piedi; era veramente ridotto male, fotocopia di  fotocopie, rappresentava una donna nuda in piedi, con le gambe leggermente sovrapposte e le braccia tese verso l’alto, aperte, con una chioma dilunghi capelli e circondata da una raggiera a rappresentare il sole e sotto, a chiudere l’arco la scritta sole donna in un carattere molto inusuale e caratterizzante. Avrebbe anche potuto appartenere ad un antico progetto molto gradevole a conoscerne l’origine, i colori,la storia, ma tutto quello che era riuscita a recuperare era questo pezzetto di carta non più grande di un pacchetto di sigarette, giusto per restare nel pretesto dei nostri incontri. Mi chiese di elaborarlo graficamente, considerato il mio trascorso di stilista e di riportarlo a degna immagina rappresentativa del gruppo che mi aveva più volte descritto e che oramai sembrava far parte anche di me. Accettai la sfida, ovviamente. Non avevo però considerato una cosa importantissima e cioè che io non avevo più alcun programma idoneo alla modifica delle immagini e non avrei certamente potuto chiedere ad un progettista di cedermi il suo posto di lavoro. Mi misi allora alla ricerca di uno strumento idoneo, dopo aver parlato con il mio ex collaboratore Daniele, che mi propose di installare sul mio PC il programma GIMP. Questo programma, come molto altri, era l’acronimo di GNU Image Manipulation Program dove GNU stava per licenze libere e gratuite, messi a punto da associazioni che lottavano per il software libero e gratuito-. Fu lui stesso a portarmi il disco di installazione ed a fari da Cicerone nell’esplorazione di questo nuovo strumento. Non mancò, ovviamente, il reclamo del centro di elaborazione, che controllava tutto dei nostri personal ed io spiegai loro che si trattava, appunto, di un programma in libera licenza, senza costi o contratti per l’azienda e che a me sarebbe servito per modificare immagini pertinenti al lavoro di catalogazione dei certificati. Ci volle un po’ per farlo digerire, ma il risultato era ottenuto: adesso potevo anch’io riprendere a lavorare in grafica.

Avendo già a monte l’esperienza fatta su altri programmi, non ci misi realmente molto a trasferire le mie conoscenza su questo nuovo strumento per cui in breve ero diventato operativo. Sfruttavo parzialmente le condivisioni dei miei colleghi che mi offrirono tutto il supporto di cui avevo bisogno laddove il mio programma non arrivava si trasferiva tutto su una memoria rimovibile e si faceva (di nascosto) sulle loro macchine. Cominciai da un disegno molto grande, tracciando per prime le linee guida, del sole, dell’asse della donna della base e poi mi passai una mattinata ad individuare il carattere originale perché era essenziale e, come detto, fortemente caratterizzante. Portavo il disegno da una visualizzazione piccolissima per verificare l’insieme ad una enorme per curare il dettaglio. Piedi, ginocchia, inguine, ombelico pieghe del seno, capelli e soprattutto l’espressione del viso che doveva essere di gioia e malinconia contemporaneamente. Annalisa era ansiosa di vedere qualcosa ma le dissi che finché non fossi stato soddisfatto non le avrei anticipato nulla. Finalmente arrivai alla definizione di un logo che mi soddisfaceva, in carattere, alla fine, lo avevo anche trovato e recuperato da internet era bauhaus93 ed ovviamente, come previsto, venne subito notato. I colori erano solamente due, due tonalità dello stesso rosa. Anche Annalisa fu entusiasta e mi parlò subito del suo primo impiego che sarebbe stato per la preparazione degli inviti per la cena e poi dei segnaposto e poi della torta e poi ancora altre mille idee che frullavano dentro quella testa. L’idea però, di preparare tutto questo materiale che mi permetteva di dare un contributo grafico al progetto, mi piaceva ed anche il fatto di poter fare un poster del grande logo che avevo preparato con i programmi che la nuova associazione si proponeva  di sviluppare. Capivo benissimo che stavo facendomi trascinare in una avventura, ma man mano che prendeva forma, anche a me sembrava più reale, fattibile, folle, ma fattibile. Pensai che aderire alle sue richieste, tutto sommato, non mi faceva correre più di tanti rischi di restare invischiato in situazioni pericolose anche perché in quel periodo io non avevo ovviamente, una grande disponibilità economica.  Iniziai così a rimettere in moto la mia creatività, predisponendo un elenco di personaggi ai quali mandare l’invito a questa famosa cena di gala di presentazione, ad elaborare il testo della lettera che doveva sottintendere la disponibilità a versare un contributo a favore dell’Associazione. Annalisa continuava a sfornare nominativi e se non la avessi posto io un limite di massimo cento persone, lei non si sarebbe mai fermata: era convintissima che le persone selezionate, gente “bene” ricca, fossero tutte ben disponibili a contribuire ben più del semplice coso della cena. In sostanza si trattava, sempre secondo lei, di un impegno sociale dal quale trarre il denaro necessario per avviare la sede, un minimo di mobili e materiali vari. Non poteva mancare la stampa e quindi allargammo il tetto degli inviti a centoventi. Per l’occasione Annalisa si mise in contatto, e prese accordi, con una comica che avrebbe dovuto rallegrare la serata passando tra i tavoli con ilarità da distribuire a tutti ma anche con un cestino per raccogliere le donazioni. Lei ci stava mettendo anima a e corpo ed io le stavo correndo dietro come un incosciente perché nel mio intimo ero convinto che si sarebbe trattato di un disastro. Si accordò, poi, con una compagnia teatrale dove lavorava sua figlia che, con abiti di scena da nobili veneziani avrebbe ricevuto gli ospiti, eseguito il servizio guardaroba e proposto il primo aperitivo di benvenuto. Lei citava tutti come “miei amici” che vengono a dare una mano, ed anche del ristoratore parlava come fosse stato un suo ex spasimante pronto ad offrire la cena gratuitamente pur di vederla felice. Non conosceva alcun fotografo da coinvolgere e quindi, considerato che io ero anche molto bravo a scattare ed avevo una macchina professionale. Considerato poi che io proprio non avevo ne voglia ne la possibilità, per via del mio handicap, a tenere pubbliche relazioni, le proposi di partecipare alla cena, ma come fotografo, fermandomi a mangiare in compagnia del personale del ristorante e scattando fotografie per documentare l’intera serata. Ad Annalisa non interessavano più di tanto i vari ruoli che ciascuno assumeva quanto il buon esito della manifestazione e quindi accettò con la solite riserve di rito in questi casi.

Predisposi i biglietti per dare un nome ai tavoli e, considerato l’abito del gruppo di benvenuto, pensai ai nomi di famosi compositori veneziani stampati su cartellini pieghevoli con logo e nome del tavolo stesso. L’elenco ordinato dei tavoli e dei loro componenti, venne fornito al gruppo di ricevimento e fu incaricata proprio la figlia di Annalisa ad indicare, man mano, il tavolo di destinazione ed il posto perché anche tutti i posti a sedere erano contrassegnati in base ad una scelta precisa di Annalisa. Aveva deciso di mettere assieme personaggi di un certo calibro come i medici vicino ai politici, le varie invitate di altre associazioni mescolate a dare importanza all’incontro, i suoi collaboratori in un tavolo a parte, quasi emarginato, ma sembravano tutti molto entusiasti, almeno di esserci. Io solo ero un collaboratore in disparte per via della mia impossibilità di parlare, ma l’avevo chiesto  io.

La cena fu lunga, quasi infinita, per me che sistematicamente dovevo saltare su dalla mia sedia a fotografare questa o quella persona che intendeva proporre un discorso o con la comica che faceva da saltimbanco tra i tavoli. Alla fine della serata avevo in macchina oltre mille fotografie, tutte, ovviamente da rivedere, correggere se necessario e mettere a disposizione di chi, secondo le intenzioni di Annalisa, le avesse volute, magari in cambio di una offerta in denaro. Verso la fine della cena, mentre io continuavo a scattare, lei prese la parola, per ringraziare tutti ed anche a me dedicò una bellissima frase indicandomi come colui il quale, nonostante colpito a mia vota dal cancro, avessi messo a disposizione tutto il mio tempo senza il quale non sarebbe stata possibile la manifestazione. Un grande applauso che non mi aspettavo ma che mi lasciava, in qualche maniera sperare, sul buon esito del nostro, oramai dovevo dire nostro, progetto.

Ma le cose non andarono proprio come sperato perché, uscito anche l’ultimo ospite, ci ritrovammo io, Annalisa ed il titolare del ristorante a parlare di vile denaro. Nonostante il titolare insistesse a spiegare che non avrebbe potuto praticare un prezzo più conveniente, Annalisa insisteva perché il denaro raccolto non copriva nemmeno la metà della cifra richiesta. Fu decisamente un momento drammatico per Annalisa: continuava a cercare denaro e soprattutto la certezza di averne, almeno da poter staccare un assegno coperto. Sembrava, e probabilmente lo era, in una profonda disperazione, davanti ad un clamoroso fallimento: invece di partire in attivo ci si ritrovava a doverlo fare con un  pesante passivo. Facile sarebbe stato dirle che l’avevo previsto e che si trattava di un sogno troppo bello e che la gente è più veloce a muovere le ascelle che le mani verso il portafogli, ma sarebbe stato infierire, così decisi di intervenire e coprire personalmente una metà dello scoperto per cui ci accordammo che il giorno seguente saremmo tornati, io ed Annalisa a consegnare la differenza a saldo. Il titolare si mostrò decisamente disponibile, anche perché non aveva molta scelta, ma signorilmente, ci offrì un liquore, a chiudere con un brindisi, in qualche maniera, la serata tanto disastrosa. Il giorno seguente incontrai ovviamente Annalisa al lavoro e le dissi che avrei provveduto a prelevare il denaro che mi ero impegnato a versare, durante la pausa pranzo ma che non avrei voluto tornare al ristorante assieme a lei perché ritenevo giusto che, come organizzatrice, fosse tutto fatto a suo nome e non con l’aiuto di un amico. Lei cominciò a rassicurarmi che mi avrebbe reso il denaro o di persona o con il fondo cassa di questa fantasmagorica associazione, una volta attivata. IO le dissi che per me la questione era chiusa e che mi accontentavo di ciò che avevo fatto e che mi sembrava di aver già pagato fin troppo il mio sogno di immettermi nel mondo del volontariato. Lei si mise a piangere, sia per via del denaro, sia perché, mi disse, senza di me non se la sentiva più di andare avanti nemmeno lei.

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