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Non vidi Annalisa per qualche giorno e per questo andai dal suo capo a chiedere notizie, preoccupato che non si potesse trattare di problemi di salute. Era a casa, in malattia. Chiesi se era possibile sapere per quanto tempo e mi disse che sarebbe mancata sette cinque giorni. Non era certo una forma influenzale e la cosa mi preoccupava molto per via della fragilità emotiva della persona. Verso sera la chiamai nonostante il telefono non fosse per me il migliore modo per comunicare ed in una lunghissima telefonata mi spiegò che era rimasta profondamente amareggiata dell’esito della manifestazione di inaugurazione dell’ Associazione e che ne aveva parlato con il dott. Giovanbattista, suo senologo tra l’altro presente alla cena e che l’aveva incoraggiata a continuare perché ciò che stava ipotizzando di mettere in piedi era una struttura che mancava da molto sul territorio della Riviera del Brenta ed alla fine mi disse che l’aveva pure convinta e che il medico avrebbe voluto parlare anche con me ma che lei gli aveva riferito che io non ero più disponibile. In realtà, le spiega, non è che io non fossi più disponibile in assoluto, ma non lo ero in quella maniera, per me si sarebbe dovuto prima procedere con una rigenerazione associativa, anche curando l’aspetto burocratico, amministrativo, nominare un consiglio direttivo, un presidente, assumere una forma giuridica, raggranellare anche un po’ di denaro, senza dover disporre del nostro personale ed avanzare per passi in un processo lento ed infiltrandosi sul territorio ed a  livello ospedaliero. Mi disse che era assolutamente d’accordo e che era lo stesso ragionamento che le aveva fatto Giovanbattista e mi chiese di accattare un appuntamento con lui per chiarire poi a lei le idee sul come procedere. Questo significava per me, farmi coinvolgere nuovamente ed ancora più a fondo. Non ero per nulla innamorato ne infatuato di Annalisa ma ero sempre attratto dalla sua positività: a sentire lei era tutto facile, forse perché secondo me era tutto complicato iniziammo ad andare d’accordo. Il mio lavoro di informatico, però, in questa fase perse completamente significato perché divenni organizzatore, segretario, fac-totum nell’associazione, unico uomo, sebbene malconcio, nel messo di diverse donne più malconce di me. Utilizzavo il computer solamente per produrmi i materiali dell’associazione, lettere, manifesti, libretti, materiali informativi. Come detto, il logo di Soledonna era rosa in due tonalità ed in azienda, dove io continuavo a lavorare o meglio a non far nulla per guadagnare uno stipendio, l’impiego di inchiostro ( Toner ) Magenta era più che triplicato rispetto alla media fino ad allora tenuta tanto che l’addetto alla manutenzione, senza nemmeno domandarsi perché, ne aumentò di fatto la scorta. Io non me ne preoccupavo affatto perché facevo “le mie cose” alla luce del sole e nessuno si permetteva di obiettare nulla. Il progetto mi impegnò, comunque, per un paio di anni portandomi ad essere anche presidente dell’associazione dalla quale mi distaccai in maniera brusca per dei dissensi profondi con dei nuovi ingressi che, a mio avviso, tenevano più alla capitalizzazione che al benessere delle donne.

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