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INTERNET

Il 26 Settembre del 2007, l’intera area metropolitana di Mestre venne allagata da primi temporali che oggi vengono definiti “bombe d’acqua”. Fu un qualcosa di realmente rovinoso e terribile e coinvolse l’intera popolazione di Mestre, Marghera, Favaro Veneto e tutta la città metropolitana di Vnezia. Vennero sommerse in pochi minuti, da fango ed acqua, interi quartieri, case, scantinati, garage auto, taverne, cantine tutto era diventato un enorme lago. Si disse che “il mare non aveva ricevuto” ma in realtà ampie zone della terraferma erano già di fatto al di sotto del livello medio del mare e quindi era impossibile che l’acqua defluisse, semmai il contrario. Io dalla zona di Favaro Veneto, nella quale avevo vissuto per quasi ventiquattro anni, ero venuto via già da molto tempo ed ora vivevo in una località che non era stata toccata, ma solo per poco, dall’inondazione, ma restai comunque coinvolto in prima persona dall’evento perché finirono allagate la casa dei miei genitori, di mia sorella e di diversi amici che avevo purtroppo poco frequentato dopo la separazione da mia moglie ma che restavano comunque nell’anima. Anche molti colleghi di lavoro, ovviamente, restarono feriti dalla tremenda violenza dell’acqua ed divenne un argomento, la ripresa della normalità, di quotidiano e comune interesse, di scambi, polemiche ma anche di condivisioni e di grandi aiuti. Trascorso un po’ di tempo andai nella zona dell’alluvione, a Favaro con un po’ di nostalgia nel vedere con i miei occhi i danni che si erano prodotti sul territorio e ne restai addolorato: conoscevo bene la zona ma passare per le strade ingombrate da mobili, elettrodomestici, automobili rovinate, letti, materassi, reti, computer, televisori tessuti, coperte e soprattutto gente al lavoro, piegata su rastrelli, badili, scope fu realmente uno shock. Non potevo restare indifferente, questo lo percepivo, ma come avrei potuto rendermi utile senza diventare un ostacolo ?

Fu Fabrizio a fornirmi l’occasione ed il metodo per intervenire fattivamente sull’evento: mi spiegò che quest’ultimo era l’evento più disastroso degli ultimi anni ma che era stato preceduto da altri allagamenti, meno estesi e drammatici, che non avevano avuto, come in questo caso, rilevanza a livello di Governo, ma che sui quali lui aveva già raccolto molto materiale di quelli che potevano essere stati i segnali premonitori di quest’ultimo evento e che ne aveva fatto oggetto di una imponente raccolta documentale e fotografica senza mai aver trovato modo di divulgarla. Forte dell’esperienza di aver gestito per circa due anni il sito di Soledonna, gli proposi di mettere tutto il rete, disponibile a tutti e di aggiornare queste pagine di storia, con quella contemporanea, con nuove foto del disastro, con nuovi documenti circostanziati, con planimetrie e tesi di supporto. Proposi di finanziare io il progetto acquisendo un dominio internet dedicato, si trattava di esperienza già fatta per la quale il costo era di circa cento euro all’anno, quindi abbastanza abbordabile, e poi riempire questo contenitore con tutti i nostri materiali e diffondere l’informazione della loro disponibilità a tutti con un semplice accesso ad internet. Ci fissammo un appuntamento ed andai a casa di Fabrizio per rilevare tutto il materiale che aveva raccolto. Dove possibile feci copie e per il materiale unico, me lo feci prestare per tradurlo in materiale informatizzato. Mi comprai uno scanner, una specie di fotocopiatrice che traduce dal cartaceo all’elettronico i documenti, ed iniziai da quelli, acquisendo tutto e restituendo appena fatto il materiale non copiabile. Nel frattempo avevo acquisito dalla autorità per le telecomunicazioni (allora si doveva avere il permesso nominativo di editare in rete, certificato e controfirmato) il dominio che avevamo stabilito dovesse essere “www.favaro269.it” con sottotitolo “Comitato allagati di Favaro del 26 Settembre”. Il materiale era veramente tantissimo e quello già informatizzato vedeva, purtroppo, un elenco infinito di doppioni, di ripetizioni: le stesse fotografie utilizzate in più parti, a volte con scopi diversi, documenti doppioni l’uno dell’altro e soprattutto la suddivisione in cartelle sconclusionate e non coerenti tra titolo e contenuto. Ci misi qualche giorno a studiare una strategia di riordino finché arrivai alla conclusione che l’unico elemento che tutti i documenti avevano in comune per poterli riordinare, era la data. Fatta salva la copia che mi ero portato via da casa di Fabrizio, me ne feci una ulteriore dove misi tutti i documenti in una unica cartella: era come svuotare tutti gli scatoloni sopra un tavolo e riproporsi di rivederli uno ad uno, buttare le copie e riordinarli. Intermini informatici erano 13Gigabite, in termini fisici, erano circa trentamila documenti e se ne aggiungevano quotidianamente almeno altri dieci o quindici al giorno tra ritagli di giornale, dichiarazioni, foto dei danni, ricostruzioni e riordini.

Decisi, in accordo con Fabrizio, di lavorare a ritroso pubblicando giorno per giorno le ultime cose e man mano ricostruire la storia dei una catastrofe annunciata. Al sito del Comitato di Favaro, in seguito, chiesero di avere accesso, con spazi dedicati, anche vari altri Comitati della zona, come quello di Marghera, di Catene, di Mestre centro di Via Piave e divenne in breve un enorme raccoglitore di documentazioni, proposte, lamentele, espressioni di disagio ed anche di proposte politiche ( non partitiche ). Cominciai anch’io a fare dei reportage direttamente dal campo, della manifestazione in piazza, dei comizi, degli interventi finché non venne nominato un Commissario Straordinario per gestire l’emergenza idrogeologica del territorio della terraferma veneziana. Con lui stringemmo immediatamente accordi di collaborazione e ci venne affidato anche un ruolo quasi “istituzionale” e cioè quello di fare la guardia, sia alle criticità, segnalandole, sia all’esecuzione lavori che dovevano rispettare tempi e metodi. Tutti noi dei comitati eravamo chiamati a partecipare alla riattivazione ed alla messa in sicurezza del territorio. E il nostro sito diventava sempre più importante, sempre più punto di riferimento per la Gente. C’erano interventi dei Cittadini ed interventi del Commissario che settimanalmente ci aggiornava sui lavori disposti, in esecuzione e completati e non ne eravamo la rete di amplificazione (previa verifica sul posto).

Alla faccia del mobbing in Azienda, facevo quasi tutto il lavoro dalla mia scrivania con la connessione aziendale e senza nessuno che mi contraddicesse: io il mio lavoro ufficiale continuavo a farlo senza sollevare reclami e tutto funzionava, per ma

me, molto bene.

Scrissi persino una lettera al Presidente, chiedendogli di farmi dare lavoro pertinente all’attività dell’Azienda perché ritenevo di dovermelo guadagnare lo stipendio, ma senza risposta. Quindi continuai a fare le cose che mi interessavano quasi con serenità.

Il materiale che avevamo raccolto era diventato veramente tanto, persino troppo per poter essere gestito on gli strumenti che avevo messo in campo. Nonostante possa sembrare strano all’epoca c’era una vasta scelta di piattaforme delle quali servirsi c’era, come dire, una offerta informatica ampia per gestire tutti gli elementi che generavano le pagine che comparivano agli utenti. Si trattava di scegliere, per fare un esempio, in quale linguaggio e secondo quali canoni operare. Il tipo di programma che avevo scelto io era sicuramente uno dei più semplici ma venne presto surclassato da altre piattaforme come il più conosciuto Wordpress e Joomla, più potenti ed in grado di gestire una mole di dati infinitamente superiore. Questo però, significava buttare tutto ciò che si era fatto e riscrivere o riportare tutto sulle nuove tecnologie.

Decidemmo quindi “congelare” il vecchio sito e non effettuare più aggiornamenti e di crearne uno nuovo che man mano raccoglieva le ultime novità e recuperava la storia del Comitato. Questo, ovviamente, implicava che io mi dovessi studiare, più a fondo possibile, il nuovo linguaggio” di programmazione. Scelsi Joomla che è tuttora un ottimo supporto, ma certamente se avessi scelto Wordpress sarebbe stato meglio, ma come si suol dire, del senno del poi …

 

LA RETE

Nel 2007 Apple ha presentato il suo primo smartphone con il modello iPhone.

Fino ad allora il “cellulare” era solamente un apparecchio per fare e ricevere telefonate e messaggi brevi, denominati SMS (La sigla SMS sta per: “Short Message Service” – Servizio Messaggi Corti) e si riferisce a quei messaggi che possono essere inviati da e verso tutti i telefoni cellulari. Consta di un testo di 160 caratteri come massimo, con struttura piana; vale a dire priva di qualsiasi effetto di stile (parole in grassetto, ed a carattere standard non modificabile).

Smartphone (un apparecchio elettronico che combina le funzioni di un telefono cellulare e di un computer portatile).

Questo “evento” ha portato in breve ad una vera e propria rivoluzione sociale.

Per esempio: il primo cellulare con fotocamera è stato il Samsung SCH-V200, lanciato in Corea del Sud nel giugno 2000, ed era dotato di una fotocamera da 0,35 Megapixel e poteva memorizzarne massimo 20 fotografie. Oggi si possono scattare fotografie con una nitidezza cento volte superiore e memorizzarne un numero praticamente infinito. Il modello nato in Corea veniva utilizzato principalmente per “esportare” progetti, design, arte, dal mondo più avanzato, a quello in via di sviluppo. Poi, visto il nuovo strumento via di mezzo tra un potente computer ed un cellulare, in moltissimi si sono messi a sviluppare le cosiddette App vale a dire un insieme di istruzioni informatiche progettate con lo scopo di rendere possibile un servizio o una serie di servizi o strumenti ritenuti utili o desiderabili dall'utente. La App più diffusa, ovviamente e venduta oramai assieme al cellulare, è quella che consente di collegarsi ad internet e quindi a tutto il pianeta. In una decina di anni il mondo è stato invaso dagli smartphone che oltre a garantire le telefonate ed i messaggi, hanno dato la possibilità di avere le previsioni meteo, le testate giornalistiche, e persino misurare quanti passi facciamo, quante calorie consumiamo, come batte il nostro cuore, leggerci l’impronta digitale o l’iride dell’occhio creandoci una vera e propria dipendenza: nessuno più esce lasciando il suo “telefonino” a casa altrimenti deve tornare a riprenderlo per vivere.

E lo hanno ben compreso anche i politici, le industrie, le agenzie di pubblicità ed hanno spostato dalla classica ed oramai antica televisione come strumento di informazione con i più attuali smartphone.

Adesso è tutto “on-line” che significa tutto a disposizione di tutti, dalla medicina, all’alimentazione, dalla moda agli acquisti. Una riflessione: da giovane uomo, quando uscirono i primi sportelli per il prelievo automatico, molti, non solo io, erano preoccupati di “lasciare aperto il proprio conto corrente” a possibili malfattori e la diffidenza verso questi strumenti. Oggi, forniamo tutti i dati che ci riguardano senza nemmeno controllare effettivamente a chi li diamo, cosa ne fanno, dove finiscono. Tutto on-line, accessibile, bastano la user (utente) e password (parola d’ordine); per il bancomat servivano, almeno, la carta di credito fisica e la parola d’ordine (che era un numero).

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