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Mi si erano gonfiate le caviglie in modo eccessivo tanto che le scarpe mi sembravano maledettamente strette e se le toglievo, magari di nascosto in ufficio, non riuscivo più a rimetterle e quindi arrivavo a sera dentro questo cilicio di cuoio morbido. Poi quando camminavo percepivo la presenza, anche attraverso la suola, di qualunque minimo oggetto come se fosse carico di corrente elettrica, camminare sul ciottolato era perfino doloroso, sulla ghiaia impossibile per cui prendevo percorsi, anche allungando parecchio, sempre lisci, ma se capitava un sassolino sul pavimento erano dolori.

Ricordo che, in compagnia, si era deciso di fare quattro passi in spiaggia, tolte le scarpe ed i calzini, ho dovuto abbandonare la compagnia per il grande fastidio che mi dava la grana piuttosto grossa della sabbia. Mi sono seduto su un muretto, rimesso le calzature ed ho aspettato invitando gli altri a proseguire senza di me, ed ovviamente loro non avevano compreso ed io li ho rassicurati dicendo che non avevo voglia di camminare in spiaggia e tantomeno sul bagnasciuga.

L' insorgenza di questi disturbi era stata subito dopo una brutta separazione da mia moglie: ne ho sofferto moltissimo tanto da finire in coma per un tentato suicidio a base di tranquillanti e whisky. Ma non credo che siano collegabili, credo che sia stata una casualità: anche adesso che ho approfondito delle ricerche, non esiste, comprovata, una relazione tra come e neuropatia.

Dopo il ricovero e la dimissione sono stato indirizzato subito ad una struttura per la disintossicazione da alcool, un ospedale a sembianza di un lager: eravamo solo noi pazienti in reparto  e si viveva tirando la giornata da mattina a sera leggendo, chiacchierando o partecipando a riunioni durante le quali dovevamo auto flagellarci per le nostre colpe. Da quella struttura sono uscito firmando le dimissioni volontarie in seguito agli insulti che aveva ricevuto mio padre solo perché si beveva normalmente un bicchiere di vino a pasto. Ma questa esperienza meriterebbe un promemoria tutto per se, e comunque non ho avuto alcun tipo di incidente, lesione o altro che possa essere stata la causa scatenante della neuropatia.

Sono poi finito  in terapia con uno psichiatra, peraltro molto bravo, ma mi ero anche lasciato andare  a bere in modo eccessivo. Per questo quando mi sono rivolto al mio medico di base la risposta era sempre "è la bibita", un modo veneto per definire vino e alcolici in genere. Così mi ha prescritto esami per la funzionalità epatica, esami per la funzionalità gastrointestinale, reni eccetera. Ma non risultavo per nulla appesantito. Allora mi ha prescritto una cura a base di vitamina B12, e che iniezioni dolorose, accidenti !

I disturbi - ovviamente - non passavano e quindi ho deciso di richiedere un ricovero per accertamenti più approfonditi. Ovviamente alla visita di ingresso io ho detto la verità e cioè che assumevo alcolici e così - io credo - mi sono auto etichettato come alcolista. Anche in questo caso esami, prelievi, gastroscopia, elettromiografia e quant' altro con il misero risultato che avevo una neuropatia periferica dovuta all'alcool e che quindi l'unica terapia possibile era quella di smettere di bere qualsiasi bevanda alcolica.

Sono finito al SERT, servizio per le tossicodipendenza, dove tra l'altro ho conosciuto la mia attuale moglie in forza, li, come assistente, ma i cosiddetti gruppi di auto aiuto erano estremamente ripetitivi, ciascuno raccontava ogni volta le stesse cose e cioè che nonostante la frequenza dei gruppi avevano sistematiche ricadute. Io mi ero convinto di essere un "bevitore sobrio" cioè di essere diventato uno che sa bere a pasto e in occasioni del tutto eccezionali come un aperitivo con gli amici.

Ovviamente mi sbagliavo perché nel giro di pochi giorni non solo ero tornato a bere, ma avevo anche incrementato, considerate le ulteriori sconfitte morali che stavo ricevendo al lavoro, a casa ed un po' da tutti. Considerato il periodo di ospedalizzazione avevo anche perso il mio ruolo in azienda ed ero diventato subalterno ad un mio ex subalterno. Non ci vedevo via di uscita.

Un giorno, e non ricordo neanche come, sono stato presentato ad una alcologa, una dottoressa molto brava, psicologa e fiduciosa che, con incontri individuali, e non finalizzati alla sola auto fustigazione, ma alla comprensione del mio modo di essere, sarei riuscito a venirne fuori. Sembrava funzionare.

Io, comunque, le mie ricadute le avevo ma quello che - credo - mi abbia dato la botta finale è stato il tumore il gola, alle corde vocali, a me, che ero un cantante dilettante. Mi ha preso uno stato di confusione indescrivibile: ho consultato tre medici e tutti e tre avevano opinioni diverse sulle modalità di  intervento e come al solito chiudevano la loro relazione con la frase "al paziente la decisione". Ma cosa potevo decidere io in quella situazione? Alla fine ho optato per la laringectomia parziale, quella che mi sembrava, ad orecchio, la meno invasiva. Solamente devo aver proprio sbagliato ospedale perché è andato tutto storto, tre interventi, una degenza lunghissima ( oltre tre mesi ) ed un risultato che mi lasciava con le gambe spezzate, privo di forza, svuotato di ogni espressione ed ovviamente ho ripreso a bere ! Ero fuori dal mondo, muto, senza nulla da fare dalla mattina alla sera perché ero a casa in malattia, l'unica consolazione era diventata veramente il bere.

Ma la "bibita" l'ho abbandonata definitivamente a seguito di alcuni incontri con una assistente sociale, una consulente familiare che si era prestata a quest'opera grazie alla mediazione della mia attuale moglie.

Di fatto ci consigliò, alla fine di un lungo percorso, di metterci a vivere insieme alla precisa condizione che io smettessi di bere e di accettare il controllo sull'assunzione del farmaco anti abuso di alcool.

E così è stato. Anche perché nel frattempo ero finito in psichiatria per un nuovo goffo tentativo di togliermi la vita, e poi ancora in otorinolaringoiatria perché avevo difficoltà respiratorie e quindi mi ero reso conto che non avevo proprio alternative e che forse - questa - era la vera valida e forse ultima opportunità che mi offriva  la vita.

Dalla mattina alla sera abbiamo deciso il mio trasloco, e nel giro di un paio di giorni ero a casa di Milli, che diventerà poi mia moglie. L'impegno era grande ma la volontà anche per cui sempre sotto controllo medico assumevo  il mio farmaco anti abuso e lei stava tranquilla. Continuavo la frequenza con i gruppi di auto aiuto e, di tanto in tanto mi vedevo con la alcologa che voleva essere aggiornata sul mio stato generale.

Ovviamente qui sono riassunti quattro 4 anni della mia vita in modo sintetico perché non è l'alcolismo l'argomento di cui si tratta, ma lo ritenevo un importante presupposto.

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