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Un nuovo approccio

Trascorso circa un anno di astensione assoluta dall'alcol, inclusi aceto, deodoranti,limone, sottaceti e tutto quanto potesse contenerne alcol anche in minima parte, ho deciso di riferirmi nuovamente al medico di base perché i disturbi ai piedi non solo erano aumentati, ma si erano estesi alla caviglia ed alla prima parte del polpaccio. Di fatto i disturbi erano cambiati: le caviglie non si gonfiavano più a dismisura anche se il dolore si faceva sentire maggiormente ed a volte mi faceva perdere persino l'equilibrio.

A questo punto mi ha prescritto una visita neurologica. Ero stato creduto, non mi aveva etichettato come alcolista, aveva accettato che il disturbo potesse avere un'altra origine. Per me era un "salto qualitativo" una dimostrazione di fiducia, povero illuso che sono stato.

Alla prima visita neurologica sono stato visitato da una dottoressa che dopo l'anamnesi, come al solito troppo sincera da parte mia, ha comunque avuto la bontà di prevedere un ricovero per accertamenti accettando l'idea che trascorso un anno di non assunzione di alcol i disturbi avrebbero dovuto almeno regredire e non aumentare. Parlava poi di un disturbo chiamato "effetto calzino" cioè come se il malato avesse addosso sempre un calzino molto stretto. Il ricovero stato un disastro emotivo perché in tutti i documenti ospedalieri veniva citata la mia esotossicosi alcolica anche se regressa ed alla fine mi hanno dimesso come un simulatore, una sindrome da somatizzazione della carenza di alcol, un inventore di disturbi neurologici. Mi sono sentito letteralmente offeso ed insultato, possibile che nessun, dico nessuno, potesse credere nello sforzo di smettere di bere, nella mia volontà di trovare una soluzione ad un disturbo che oltretutto mi rendeva socialmente difficile: spesso questo disturbo mi toglieva la voglia di lavorare, di uscire, di muovermi. Ero raggelato e mortificato. Mi era stata data una terapia da seguire con la promessa di una revisione al suo termine: di fatto si trattava di un antidepressivo, di un antidolorifico, di una benzodiazepina e di vitamina B12 . Tutti farmaci già sperimentati ma non avevo scelta.

Nel frattempo, ovviamente, ho cominciato a darmi da fare per cercare alternative di indagini, approfondimenti sulle neuropatie, ed ho cominciato ad eseguire delle visite specialistiche a pagamento, per conto mio. Sono poi "incappato" in un luminare neurochirurgo super quotato ( e super caro) il quale dopo una visita generale, mi ha prescritto una rachicentesi (prelievo del liquor spinale), ovviamente presso il suo centro prelievi. Ci sono andato, da ignorante che ero e che sono, mi sono lasciato fare il prelievo in condizioni ambulatoriali, ma non mi avevano avvisato che avrei avuto mal di testa per tre giorni consecutivi e che avrei subito un trauma pesante nell'equilibrio neurologico: dopo la rachicentesi mi hanno assegnato una poltrona e li - secondo loro - avrei dovuto assorbire il danno che il prelievo di liquor provoca al corpo. Tra il mal di testa, i disturbi alle gambe e la confusione che per me era impossibile, con Milli abbiamo deciso di abbandonare quel posto diabolico e di andare a casa, per mettermi a letto, al buio ed in silenzio. Con l'esperienza che ho maturato, direi che sarebbe da denuncia: il protocollo ospedaliero prevede tre giorni di ricovero per la rachicentesi, altro che una poltrona in mezzo alla gente per tre quattro ore ....

Comunque era fatta, adesso dovevo aspettare l'esito che è arrivato e il luminare in questione mi ha convocato per la sera per darmi le informazioni che aspettavo con ansia. Mi ha fatto accomodare, da una sua collaboratrice, in uno dei numerosi ambulatori dove visitava e lì ho aspettato un'oretta finché, tutto trafelato e grondante di sudore è arrivato da me, ha aperto la lettera dl laboratorio (un laboratorio di analisi della zona) e ha letto - senza averlo analizzato prima - il risultato del test. Molto rapidamente mi ha consigliato di riferirmi a qualche ospedale, ovviamente in neurologia, perché dagli esami del liquor risultava che io avevo una malattia neurologica. Non poteva dirmi a che livello di gravità perché erano necessari ulteriori esami di approfondimento e che lui era un neurochirurgo e non un neurologo e, quindi, il nostro rapporto sarebbe finito li. Mi sono sentito gelare il sangue e quando gli ho chiesto se poteva trattarsi di sclerosi multipla, mi ha risposto che forse poteva essere, ma che poteva essere anche altra malattia a dare quei risultati e che quindi quell'esame, da solo non era sufficiente, che bisognava effettuare approfondimenti e che aveva fretta perché era atteso in altra stanza. Quindi si è alzato e mi ha salutato con una mano umida di sudore e nel giro di tre minuti mi aveva liquidato. Forse sarebbe meglio dire impietrito o forse ancora aveva capito che non ero più un paziente che lo avrebbe potuto pagare profumatamente. Ero andato da solo perché pensavo si sarebbe trattato di ritirare una busta e poi, come al solito, farla vedere al medico di base. Ho fatto tutta la strada,dall'ambulatorio a casa, una trentina di chilometri, piangendo a dirotto.

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