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Rassegnazione o forza d'animo ?

Il mio soggiorno in ospedale si prolungava in modo esagerato, tutte le mattine passavo alla medicazione ed il chirurgo mi faceva delle fasciature strettissime al collo chiarendomi che si trattava di tentare di far richiudere una fistola, non ho mai capito se rimasta aperta dopo l'intervento o aperta dall'intubazione, che mi avrebbe permesso di mangiare senza che l'acqua, in particolare, rischiasse di andare nei polmoni. Tutti gli esperimenti che facevano risultavano inutili finché un giorno, è arrivato l'ex primario, un medico andato in pensione che "passava" ogni tanto in reparto per delle collaborazioni occasionali. Il mio medico gli ha spiegato - molto rapidamente e con termini tecnici - il mio problema e quello che non riusciva ad ottenere con i bendaggi stretti. Nonostante il loro linguaggio molto tecnico ho capito che la cicatrice che si era prodotta nella mia gola si era sostanzialmente chiusa ma senza ricongiungersi e che qualsiasi tentativo - adesso - sarebbe stato inutile: era necessario riportare i due lembi a vivo, farli sanguinare e quindi ricucirli. La rispoosta era che non sarebbe stato possibile se non con un nuovo intervento, decisamente prematuro, in questa fase ed il consulente ( ex primario ) sorridendo disse che lui se la sentiva di farlo ambulatorialmente, bastava raschiare un po' e mettere due punti, una cosa - a senti lui - quasi banale. Entrambi mi hanno guardato, li, seduto sul mio seggiolino di alluminio a mo' di trespolo, come a chiedermi se ero pronto e disponibile a questo semplice e banale intervento. Ovviamente ho annuito (visto che non ero in condizioni di parlare ) e, mentre il primario in carica se ne andava, il consulente gli ha detto di andare tranquillo che nel giro di quindici venti minuti, ci avrebbe pensato lui. Io ero ingenuamente convinto che qualunque sofferenza potesse durare quindici o venti minuti e mi avesse tolto da quella situazione di empasse globale, sarebbe stata cosa da nulla quindi ho dato il mio accordo all'inizio dell'operazione, pur rendendomi conto che non ero per nulla in anestesia. Il guru si faceva assistere da una infermiera e le ordinava strumenti di ogni tipo, raschietti, scarnificatori, sbucciapatate, bisturi, il mio dolore cominciava a diventare tecnicamente insopportabile, senza considerare che - attraverso i buchi sui quali lavorava il chirurgo, io avrei dovuto anche respirare e deglutire, cosa che sembrava irritare il mio carnefice. Arrivati alla fine della "messa a vivo" dei bordi della ferita, si cominciava con i punti. In tutto l'ospedale, dopo numerosi tentativi, non si riusciva a trovare un ago ed una pinza adatta alla sutura, sembrava una cosa impossibile, a me, ma ho dovuto arrendermi a capire che l'impossibile lo stava tentando questo medico e che alla fine di tutto mi aveva fatto soffrire per oltre un'ora in modo indecoroso e senza giungere ad un risultato. I veri drammi erano due e cioè avermi dato questa enorme infinita illusione ed aver saputo sin da principio che la cosa non era possibile. Di mio ero amareggiato, indolenzito, deluso ed anche molto ma veramente molto arrabbiato quando barcollante sono rientrato nella mia stanza con la coda fra le gambe ed il morale a terra. La mia consolazione era di aver avuto un grande coraggio nell'affrontare questo momento e di sentirmi ancora dentro la forza d'animo di riprovare, di ricominciare  a crederci. Certo che se avevo dei grossi problemi nel deglutire prima dell'intervento, adesso si sommava anche un gran dolore ad ogni movimento di deglutizione, compresa la saliva. Cominciavo a rendermi conto che le probabilità di essere rimandato a casa erano strettamente legate alla mia capacitò di ripresa fisica, che l'aspetto psicologico era del tutto sottovalutato da parte dei medici mentre per me, riprendere la mia vita, in qualche maniera, era essenziale. Dovevo riconquistarmi l'autonomia di medicarmi da solo, di nutrirmi in autonomia, di avere qualche contatto cn il mondo esterno non solamente attraverso le indicazioni di lettere su una lavagnetta, Io dovevo riprendere una vita fosse essa più o meno possibile.

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