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Delusione e gioia, un misto di emozioni

Finalmente il lunedì mattina, credo ci essere stato sveglio fin dalle cinque, aspettavo io l'infermiere per la toilette mattutina, era per me il grande giorno, un ritorno da un viaggio in isolamento psicologico.

Tra una cosa e l'altra, infermieri che passando mi dicevano :

" oggi si torna in corsia, finalmente "

anche la dottoressa è venuta da me e mi ha confermato che sarei salito in reparto, che stavano aspettando una conferma.

Non riuscivo a capire: da otorino aspettavano una conferma da rianimazione e da rianimazione aspettavano una conferma da otorino.

Ad un certo punto arrivò un infermiere con la mia cartella clinica di rianimazione, un pacco di carte, analisi, radiografie da fare spavento: faceva fatica a restare in ordine sopra il portadocumenti del letto e quindi decisero di appoggiarlo sopra le mie gambe.

Restai così per quasi mezz'ora poi venne un'altro infermiere, i scoprì e cominciò a sganciarmi dalle meravigliose macchine: prima la cavetteria, poi gli adesivi sulla pelle quindi le tubature.

E quindi mi disse:

" adesso partiamo " 

e finalmente vennero sbloccate le ruote del letto, ricontrollato che nulla mi trattenesse al mio posticino e ci muovemmo.

Per me era un mezzo trionfo, finita anche questa, mi dicevo, adesso inizia una strada molto più facile.

L'infermiere mi accompagnò per corridoi, dove guardavo la gente con una gioia interna, probabilmente qualcuno mi ha presso per matto: quello sorride su un letto da rianimazione, con flebo e altri aggeggi sopra al letto.

Arrivammo in stanza, quella col divanetto, era ancora tutto li, anche Milli.

Mi trasferirono dal letto di rianimazione al mio letto di corsia e percepii immediatamente quanto più scomodo era: non aveva il materasso ad aria, non era regolabile pneumaticamente, non si poteva far ruotare, non c'erano spallette laterali per potersi appoggiare.

Su questo ci avevo rimesso.

Cominciai allora ad esplorare il mio corpo, tanto ero nudo sotto le coperte, mi accorsi di avere ancora tutta una serie di tubicini che entravano all'inguine sinistro e la gamba sinistra di un diametro spaventoso: circa il triplo della destra.

Avevo lividi su tutto il corpo per cui Milli, con molta pazienza ed amore, cominciò a darmi delle spugnate di acqua e frizionarmi con una crema (portata da casa, una crema di fiducia, intendo).

Al polso destro avevo degli altri aghi che non comprendevo: pensavo che mi avrebbero mandato su "pulito" ed invece ero in una condizione piuttosto ancora preoccupante.

Venne il chirurgo di otorinolaringoiatria e mi chiese coma andava.

Milli nel frattempo mi aveva infilato una maglietta ed un paio di mutande, io sconsolato, spaventato, scoprii la gamba e feci vedere in quale stato pietoso si trovava, scoprii il braccio e gli feci vedere gli aghi profondi e dolorosi.

Lo vidi molto turbato e preoccupato, gli accennai anche ad un cerotto che dovevo cambiare settimanalmente.

Non aggiunse molto.

Chiese una consulenza ad un medico di chirurgia vascolare che gli disse di farmi assumere eparina e di farmi comprare una calza elastica con delle specifiche precise.

L'eparina ottomila non era disponibile quindi mi fecero per circa dieci giorni quattro iniezioni al giorni di eparina quattromila.

Per mettere la calza elastica, però, era assolutamente necessario rimuovere gli aghi all'inguine.

Milli andò a comprarla e quando arrivò ci fu un po' di confusione: la dottoressa di reparto venne per togliermi tutti i marchingegni e lo fece in pochi secondi, lasciandomi però una notevole ferita, più o meno cicatrizzata.

Non si preoccupò troppo della cosa, mise una "compressiva" cioè un cerotto con sotto una garza piegata più volte.

Da ignorante quale sono, ritenevo che un paio di punti non sarebbero stati male, ma alla fine sono anche guarito ugualmente: fortunatamente non è un punto molto esposto della mia persona.

Immediatamente l'infermiera prese la calza elastica e tentò goffamente di inserirmela, quasi a voler dimostrare la sua assoluta versatilità e capacità.

Io e Milli la allontanammo: Milli aveva letto le istruzioni ed io sentivo la gamba e come avrebbe dovuto scorrere la calza per poter entrare.

In pochi secondi fu infilata, restava il problema di non farla pressare la ferita da dove erano appena stati tolti gli aghi che, anche se coperti da una medicazione compressiva, facevano male. 

Insomma, quando sono rientrato in reparto di otorino ero convinto di aver diritto  ad un po’ di riposo, non tanto fisico - che avrei volentieri camminato per ore - quanto emotivo: come quando si rientra a   casa  dopo un lungo viaggio, ritrovare le proprie cose, semplici fazzoletti o mutande, la luce del giorno,  il trascorrere delle ore segnato da ritmi di vita più che da cadenze orarie.

Non posso nascondere l’enorme irritazione di rendermi conto di essere stato consegnato da un reparto all’altro accompagnato da una pesantissima cartella clinica che nessuno aveva letto.

Così non risultava la trombosi alla gamba sinistra, non erano arrivare indicazioni sulla rimozione del  catetere urinario, sembrava che nessuno capisse il perché di tre altre sonde posizionate all’interno della coscia.

Stupore, frasi tipo “ma perché non ci hanno informato”, “adesso cosa facciamo ? ”, “chiamiamo qualcuno da rianimazione” e così via.

Senza parlare della schiena irritata, dei punto sottoascellari da rimuovere, insomma tutto il disagio di sentirsi un pacco regalo arrivato nel posto sbagliato, al momento sbagliato e, soprattutto, sgradito come un apparecchio che non si sa usare, un utensile troppo complicato e senza istruzioni per l’uso …. 

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